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Migranti, la Regione Campania fa diventare area protetta la zona in cui il governo vuole costruire un Cpr. Fico: “Al territorio serve tutt’altro”

Contro il Cpr si erano già sollevate diverse realtà associative attive sul territorio da oltre vent'anni: "Andiamo avanti con ostinata resistenza". Istituzioni e movimenti locali contrappongono all'idea del Cpr quella di un piano di sviluppo sostenibile
Migranti, la Regione Campania fa diventare area protetta la zona in cui il governo vuole costruire un Cpr. Fico: “Al territorio serve tutt’altro”
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Il governo vuole farci un centro per il rimpatrio dei migranti, la Regione Campania ha fatto diventare quella zona un’area tutelata a livello ambientale. Il motivo? “Al territorio serve tutt’altro”. Parola del Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, a Ilfattoquotidiano.it. Le intenzioni del governatore del resto erano già chiare, ma lo scorso 30 giugno è arrivata la conferma: il Consiglio regionale della Campania ha votato contro il Cpr (centro di permanenza per il rimpatrio dei migranti) a Castel Volturno. È stata infatti approvata a maggioranza la mozione che impegna la giunta a esprimere una “formale contrarietà” alla realizzazione, mentre la mozione alternativa del centrodestra è stata respinta. Nel suo intervento in Aula, Fico ha ribadito la necessità di puntare sul rilancio del territorio piuttosto che sulla realizzazione del Cpr. Proprio per questo, su proposta delle assessore Fiorella Zabatta e Claudia Pecoraro, la giunta ha istituito quattro Zone di protezione speciale (Zps) della Rete Natura 2000 per la tutela della fauna e della flora: si tratta delle aree agricole interne Castel Volturno e Cancello Arnone (4.028 ettari), Monteverde (2.131 ettari), Monte Origlio e Bosco Cuccari (981 ettari) e Mondragone (47 ettari), per un totale di oltre 7.100 ettari di territorio protetto. Nella prima di queste quattro aree, secondo i piani del governo, dovrebbe sorgere il Cpr da 120 posti.

Tutelare il territorio per tutelare la comunità

Nel 2021 era già stato commissionato uno studio scientifico per individuare aree di particolare valore ornitologico, interessate dalla presenza di specie protette e rotte migratorie. L’assessora all’Ambiente Claudia Pecoraro, sentita da Ilfattoquotidiano.it, parla di un approccio One Health alle politiche ambientali “un modello di sviluppo sostenibile capace di coniugare tutela ambientale, qualità della vita e opportunità per le comunità locali, nella consapevolezza che la salute degli ecosistemi e delle persone è strettamente interconnessa”. Concorda l’assessora alla Biodiversità Fiorella Zabatta, per cui l’approvazione delle quattro nuove Zps e l’ampliamento della Rete Natura 2000 sono un passo importante per l’attuazione concreta delle direttive europee sulla tutela della natura. “Abbiamo riconosciuto e valorizzato un’area unica, habitat di specie protette e di un ecosistema di eccezionale pregio. Specie rarissime come la ghiandaia marina, la cicogna nera, il mignattaio, il grillaio, l’averla cenerina e tante altre si potranno salvare dall’estinzione e, con esse anche ecosistemi ancora integri da lasciare in eredità alle nuove generazioni”.

Maurizio Frassinet, ornitologo e presidente dell’Asoim (Associazione studi ornitologici Italia meridionale) ha espresso soddisfazione per la delibera, che individua come una valorizzazione del proprio lavoro di raccolta di dati scientifici durato anni. “Le Zps sono tutelate da direttive comunitarie molto chiare. Nel sito dove il governo prevede il Cpr ci sono almeno 15 specie di uccelli tutelati dall’Allegato 1. Un patrimonio di biodiversità da tutelare e valorizzare, non certo da distruggere per il Cpr”. Anche l’associazione Elsa Ets definisce l’istituzione della Zps “la risposta più forte” all’esposto presentato, insieme ad Asoim, alla Commissione europea contro il progetto del Cpr nell’area umida della Piana, ritenuta particolarmente delicata sotto il profilo naturalistico.

La misura rappresenterà infatti un ostacolo al progetto di cementificazione previsto dal bando da 43 milioni di euro pubblicato da Invitalia circa due mesi fa. In base al decreto Cutro, i Cpr sono considerati “opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale”, al pari di basi militari, depositi di armi e poligoni di addestramento strutture per la difesa nazionale. In quanto tali, sono soggette a diverse deroghe in materia urbanistica ed edilizia e possono essere esentate dalla valutazione dell’impatto ambientale. L’istituzione delle Zps rappresenta quindi un’ulteriore mossa nel braccio di ferro tra gli interessi del territorio e quelli del governo.

“No ai Cpr, né qui né altrove”

Contro la decisione di realizzare il Cpr si erano già sollevate diverse realtà locali e associative. Mimma D’Amico, attivista del centro sociale Ex Canapificio, del Movimento Migranti e Rifugiati e della reteNo ai Cpr, né qui né altrove”, racconta un percorso sul territorio avviato già nel 2003, con una spinta dopo la strage di sei ghanesi uccisi dalla camorra nel 2008, che ha sollevato l’attenzione della cittadinanza e dei media. D’Amato parla di “un patrimonio comune di conoscenza sulla condizione di sfruttamento e irregolarità lavorativa, ma anche di disagio sociale e abitativo, costruito anche attraverso l’ascolto dalla popolazione con background migratorio”.

D’Amico spiega che il comune si è opposto al Cpr a Castel Volturno, ma ha aperto dialogo con il Viminale, qualora il progetto andasse avanti, per valutare la possibilità di un piano d’investimento più ampio. “Noi pensiamo che sia un’operazione pericolosa. Gli interessi degli italiani non possono essere messi contro quelli degli immigrati, non si può pensare a un piano di sviluppo del territorio che preveda un lager a costo di avere un ristoro per la popolazione locale. Non c’è ristoro che tenga: o ci si continua a battere per un riscatto comune come abbiamo fatto in questi anni, o non si salva nessuno. Un cpr è un costo enorme per tutta la cittadinanza, anche in termini ambientali.”

E infatti la prima richiesta della rete, costituitasi lo scorso maggio dopo una mobilitazione partita all’indomani della pubblicazione della gara d’appalto coinvolgendo centri sociali, movimenti, associazioni ambientaliste, la chiesa e l’Agesci Campania, è stata proprio l’istituzione della Zps. Nell’attivazione ha ricoperto un ruolo di primo piano la Conferenza episcopale campana, che ha espresso preoccupazione per “il rischio che persone e popoli vengano percepiti come problema da respingere e non come volti da incontrare, accompagnare e integrare”. La seconda richiesta è un piano strutturato per Castel Volturno che tenga insieme servizi di prossimità, una rete di trasporto pubblico e il superamento dell’invisibilità istituzionale. La mobilitazione dal basso non si ferma infatti al singolo provvedimento, ma auspica a un maggiore protagonismo per il territorio affinché diventi un punto di partenza per portare avanti una visione diversa da quella proposta dalle attuali leggi sull’immigrazione, che metta al centro il contrasto allo sfruttamento lavorativo e la dignità delle persone.

Il lavoro di rete tra istituzioni e territorio

Il presidente della Regione Campania Roberto Fico, intervistato da Ilfattoquotidiano.it, non ha lasciato spazio all’ambiguità: “Siamo contrari alla realizzazione di un Centro di Permanenza per Rimpatri a Castel Volturno, non è ciò di cui ha bisogno quel territorio”, ha dichiarato, raccontando di aver partecipato personalmente all’assemblea pubblica per un confronto sulla questione. “Castel Volturno necessita di nuove opportunità di sviluppo, di investimenti e servizi. Ed è su questo che intendiamo lavorare, perché riteniamo che siano le vere priorità per quella comunità. Con le assessore Zabatta e Pecoraro si sono definite nuove Zone di protezione speciale in Campania, tra cui un’area che fa riferimento a Castel Volturno e Cancello Arnone per ragioni di tutela dell’ambiente e della biodiversità. Quando immaginiamo il futuro di questi territori pensiamo a sviluppo sostenibile, rigenerazione, prospettive di crescita, non a un CPR.”

D’Amico si è detta orgogliosa del movimento che “ha detto un no forte e chiaro al cpr”. Il percorso ventennale sul territorio, dice, ha permesso di costruire una rete stabile sin dal primo momento: “Qui da anni si fa un lavoro di rete importante e radicato. Questo territorio è stato già vessato, distrutto dalle discariche abusive, dagli sversamenti di rifiuti da tutta Italia, e invece lo Stato si presenta con la proposta di costruire un lager. Siamo molto determinati a impedirlo: andiamo avanti con ostinata resistenza”.

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