Armi nucleari nello spazio, un nanosatellite può scovarle in orbita: “Accuratezza fino al 99%”
Un piccolo satellite “ispettore” potrebbe rendere finalmente verificabile uno dei pilastri della sicurezza spaziale internazionale: il divieto di collocare armi nucleari in orbita attorno alla Terra. È quanto emerge da uno studio di fattibilità pubblicato sulla rivista Nature, secondo il quale un nanosatellite sarebbe in grado di rilevare la presenza di un ordigno nucleare nascosto grazie a un caratteristico segnale di neutroni emesso dall’uranio quando interagisce con i protoni intrappolati nel campo magnetico terrestre.
Lo studio è stato realizzato dal fisico nucleare Areg Danagoulian, del Massachusetts Institute of Technology (Mit), e propone una soluzione tecnologica a un problema che accompagna il Trattato sullo spazio extra-atmosferico fin dalla sua entrata in vigore: come verificare concretamente che nessuno stia schierando armi nucleari nello spazio.
Il limite del Trattato del 1967
Firmato nel 1967 e ratificato da 117 Paesi, tra cui Stati Uniti, Russia e Cina, il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta il posizionamento di armi nucleari in orbita terrestre. L’obiettivo è evitare che lo spazio diventi un nuovo teatro di confronto atomico: l’esplosione di una testata nucleare nello spazio potrebbe infatti compromettere o distruggere gran parte dei satelliti in orbita bassa, con conseguenze gravissime per telecomunicazioni, navigazione satellitare, osservazione della Terra e infrastrutture militari.
Finora, però, il trattato è stato privo di un efficace sistema di verifica. Se un Paese decidesse di occultare un ordigno all’interno di un satellite, non esistono strumenti pratici per accertarlo senza ispezioni dirette.
Come funziona il “satellite ispettore”
La proposta del Mit punta a colmare questa lacuna utilizzando un CubeSat, cioè un piccolo satellite modulare costruito con componenti disponibili in commercio. L’idea sfrutta un fenomeno fisico naturale. I protoni ad alta energia intrappolati nelle fasce di radiazione terrestri interagiscono con l’uranio eventualmente presente in una testata nucleare, producendo un flusso di neutroni che rappresenta una sorta di “firma” dell’ordigno. Il nanosatellite sarebbe equipaggiato con sensori capaci di intercettare proprio questo segnale, consentendo così di distinguere un satellite ordinario da uno che trasporta materiale nucleare.
Secondo i modelli elaborati da Danagoulian, un sistema di rilevazione delle dimensioni paragonabili a una grande enciclopedia sarebbe sufficiente per individuare la presenza di un’arma nucleare con un’accuratezza del 99%, purché il satellite ispettore rimanga entro circa quattro chilometri dal veicolo sospetto per una settimana.
Le prestazioni potrebbero migliorare ulteriormente riducendo la distanza di osservazione a circa un chilometro oppure impiegando una costellazione di più satelliti sensore, riducendo così il tempo necessario per la verifica a poche ore.
Il caso Cosmos 2553
La ricerca assume particolare rilievo nel contesto delle crescenti tensioni geopolitiche nello spazio. Negli ultimi anni l’attenzione della comunità internazionale si è concentrata sul satellite russo Cosmos 2553, lanciato nel 2022. Secondo le autorità statunitensi, il veicolo potrebbe essere utilizzato per testare componenti destinati a un futuro sistema d’arma nucleare antisatellite, anche se Mosca ha sempre respinto le accuse.
L’eventuale sviluppo di simili tecnologie rappresenterebbe una minaccia per l’intera infrastruttura spaziale. Un’esplosione nucleare in orbita non colpirebbe soltanto un singolo bersaglio, ma potrebbe generare impulsi elettromagnetici e radiazioni capaci di mettere fuori uso un numero elevatissimo di satelliti civili e militari.
Dalla teoria alla verifica nello spazio
Lo studio pubblicato su Nature rappresenta al momento una dimostrazione di fattibilità basata su modelli fisici e simulazioni. Saranno quindi necessari ulteriori sviluppi tecnologici e test in orbita per verificare l’efficacia del sistema in condizioni reali.
Se confermata sperimentalmente, la tecnologia potrebbe offrire per la prima volta uno strumento concreto di ispezione spaziale, rafforzando i meccanismi internazionali di controllo degli armamenti e rendendo più difficile occultare eventuali violazioni del Trattato sullo spazio extra-atmosferico.