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I rischi per le pensioni non si riducono al calo demografico: si pensi all’erosione della base imponibile

L’erosione del salario per la pensione consiste nei bonus governativi, da un lato, e nelle pratiche sempre più diffuse di welfare aziendale, dall’altro
I rischi per le pensioni non si riducono al calo demografico: si pensi all’erosione della base imponibile
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I sistemi pensionistici che garantiscono a milioni di persone un reddito futuro si trovano oggi, in tutti i paesi industrializzati, in una condizione di seria difficoltà. Per esempio, si stima che il sistema previdenziale Usa possa garantire l’attuale livello delle pensioni fino al 2033, poi scatteranno dei drastici tagli alle rendite fino al 20%.

Anche il sistema italiano è fortemente in affanno, con il pareggio dei conti dell’Inps garantito non dai contributi versati, ma anche dal gettito Irpef sulle pensioni, che però dovrebbe essere destinato a coprire le spese generali e non le stesse pensioni.

I pericoli per i sistemi pensionistici vengono da molte parti. Il primo fattore, naturalmente, è quello demografico a cui si può rispondere aumentando l’età lavorativa. Ma ve ne sono altri, meno visibili, e per questo più pericolosi. Il più temibile è l’erosione della base imponibile, cioè il fatto che una parte del salario non maturi contributi, e quindi non sia utile per la rendita pensionistica. Questo fenomeno sembra una delle tendenze della politica economica attuale che troviamo anche nel recente decreto sul “salario giusto”, definizione peraltro pomposa e inesatta perché non esiste una nozione economica di salario giusto, a meno che non vogliamo riprendere le categorie analitiche di Tommaso d’Aquino. La stessa Costituzione parla di salario dignitoso, evitando così facili confusioni.

L’erosione del salario per la pensione consiste nei bonus governativi, da un lato, e nelle pratiche sempre più diffuse di welfare aziendale, dall’altro. In entrambi i casi i lavoratori ottengono una, a volte anche sostanziosa, integrazione salariale che però non produce pensione. Il primo bonus governativo è stato introdotto dal governo Renzi a sostegno dei lavoratori dipendenti a basso reddito, con un costo per lo stato attorno ai 9 miliardi. Sulla stessa strada si è mossa Meloni trasformando gli sconti dei contributi previdenziali della pandemia in un bonus fiscale che ha riguardato 14 milioni di lavoratori. Quindi possiamo dire che oggi, per milioni di lavoratori dipendenti, una parte importante del salario è pagata dai contribuenti per ragioni politiche.

Qui mi interessa un altro punto. Questo salario non alimenta contributi previdenziali e quindi la pensione futura per milioni di persone sarà bassa, non solo per le dinamiche economiche di fondo, ma anche per le scelte politiche effettuate. In pensione i bonus verranno persi e questi pensionati poveri chiederanno nuovamente un intervento dello stato, secondo una logica economica perversa di tipo assistenziale.

Sostituire i doverosi incrementi salariali delle imprese private con i bonus governativi non è stata una scelta molto azzeccata di politica economica, anche se molto conveniente per gli imprenditori.

Diverso, ma ancora più criticabile, è il caso delle pratiche di welfare aziendale che si vanno diffondendo a macchia d’olio, e che con il recente decreto ministeriale sono entrate a far parte integrante del salario, cosa che non dovrebbe essere. Il cosiddetto welfare aziendale tende a sostituire i tradizionali incrementi salariali. Perché? Intanto ci guadagna sicuramente l’impresa che sulle prestazioni di welfare (buoni benzina, servizi sanitari o altro) non paga i contributi sociali. Lo sconto è notevole, e va ad accrescere i profitti. Anche i lavoratori hanno un vantaggio immediato perché questi bonus sono esentasse. In definitiva, sia i lavoratori che le imprese si spartiscono il bonus fiscale regalato dallo stato, cioè da tutti noi.

Ma, a guardar bene, la convenienza c’è solo da parte dell’impresa, da qui la definizione di welfare aziendale, cioè per l’azienda. Se le prestazioni di welfare sostituiscono gli incrementi salariali, per il lavoratore il gioco diventa a somma zero. Lo sconto fiscale di oggi sarà compensato da una minor pensione futura, visto che non vengono versati i contributi pensionistici da parte dell’impresa.

Da questo punto di vista ha poco senso inserire, come è stato fatto dal governo, la quota di welfare aziendale nel calcolo del salario di riferimento. Se questa pratica si estendesse e nel futuro gli incrementi salariali fossero sostituiti dai vari bonus per offrire servizi di base ai lavoratori, la loro pensione sarebbe irrimediabilmente compromessa e i profitti premiati.

Ecco perché queste forme di compenso non andrebbero inserite nel Tec, nuovo acronimo di cui non si sentiva certo il bisogno, che sta per trattamento economico complessivo.

Le istituzioni economiche cambiano e così è anche per il salario, e più in generale per il costo del lavoro. Fino a ieri era costituito da tre voci: salario netto, tasse e contributi sociali. Ora le voci sono diventate cinque, aggiungendosi i bonus governativi e le misure di welfare aziendale. Non so se sia stato un passo avanti per i lavoratori, che ricevono oggi ma pagano domani, o se invece non sarebbe stato meglio puntare sui tradizionali incrementi salariali, ricevo meno oggi ma di più domani. Sicuramente è stato un passo indietro per la sostenibilità delle pensioni future.

Mentre si esalta il secondo e anche il terzo pilastro previdenziale, si corrode il primo, quello fondamentale. Ogni generazione sembra fare gli stessi errori previdenziali, i cui effetti però nel tempo si cumulano.

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