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La banda della Barona è la nuova Hydra di Milano, tra affari e consenso sociale. Cinque secoli di condanne in tre anni

A partire dal 2023, il gruppo criminale capeggiato da Nazzareno Calajò è stato colpito da diverse sentenze (non definitive) che hanno riguardato decine di persone, tra capi e gregari. Con un conto finale identico alle condanne (in abbreviato) per il più noto Consorzio di mafie. Secondo la Procura il dominio sul quartiere è stato "ottenuto anche grazie all'accettazione di parte della popolazione residente"
La banda della Barona è la nuova Hydra di Milano, tra affari e consenso sociale. Cinque secoli di condanne in tre anni
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A Milano non c’è solo il Consorzio di mafie. A muovere interessi e affari, a controllare il territorio e riceverne consenso sociale, a stringere rapporti con il gotha della criminalità organizzata, a minacciare i magistrati, c’è un’altra pericolosissima Hydra che sempre all’ombra del Duomo, in trentasei mesi d’indagine e processi, ha già raggiunto 500 anni di carcere per decine dei suoi componenti tra capi, gregari, semplici acquirenti e soggetti non inquadrati direttamente nell’organizzazione. Un record di condanne di primo grado, e dunque non definitive, identico a quello collezionato dagli imputati del nuovo sistema mafioso lombardo lo scorso gennaio nel processo con rito abbreviato. Eppure la banda della Barona, che secondo ormai diverse sentenze di primo grado è capeggiata dal “principe” Nazzareno Calajò assieme al nipote Luca, non sembra avere lo stesso impatto mediatico dell’unione tra soggetti di vertice di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana. A torto naturalmente perché, atti alla mano, i Calajò comandano su buona parte della città stringendo rapporti con la ‘ndrangheta di Platì e con killer di Cosa nostra, senza contare gli interessi nel traffico della droga, delle armi, della movida e del tifo organizzato delle Curve di Inter e Milan. Un grande romanzo criminale che però la Procura di Milano non ha ancora terminato di scrivere.

Le minacce al pm: “Ti faccio esplodere”

Ordinanze d’arresto, informative e sentenze che, se pur non definitive, confermano l’appartenenza alla banda di decine di persone. Diversi i reati: dall’associazione a delinquere al traffico internazionale di droga, dallo spaccio alla detenzione di armi, dalle estorsioni ai pestaggi. Insomma un bel carnet messo insieme a partire dall’operazione Barrios dell’aprile 2023 coordinata dai pubblici ministeri dell’antimafia di Milano Francesco De Tommasi e Gianluca Prisco, gli stessi che ora viaggiano sotto scorta proprio a causa delle minacce lanciate dal capo della banda. A rischio ma non sotto scorta ci sono poi gli investigatori della Polizia penitenziaria del carcere di Opera che hanno seguito, insieme al Ros dei carabinieri, le gesta di questa nuova Hydra. Tanto per capirci è lo stesso Nazza Calajò che intercettato nella sezione Alta sicurezza del penitenziario di Opera dice: “De Tommasi sei un infame di (…)! Vai tranquillo ti faccio esplodere con una bomba! Pregate dio che esco morto di qua, perché, se esco vivo De Tommà”.

“Sono Cosa nostra, l’ammazzo veramente”

Struttura gerarchica quella della Barona, radicata sul territorio fin dagli anni Novanta e immortalata nell’inchiesta El Nino (2006) del Gico della Guardia di finanza. Una storia quasi infinita che oggi può contare ancora su diverse batterie armate in circolazione. E che non si tratti di criminalità comune lo sostiene lo stesso Calajò quando dice: “Sono fiero di essere cosa nostra! Sono orgoglioso. Li mettiamo in ginocchio”. E ciò se pur allo stato il reato di associazione mafiosa non sia stato contestato. La banda, annotano i pm, si “compone di agguerriti gregari disposti a tutto, anche a uccidere, per salvaguardare gli interessi e il prestigio dell’associazione”. Tra questi c’è Francesco Bisi detto Franco il bello che testualmente afferma: “C’è d’ammazzare. L’ammazzo veramente. Io lo sai che c’entro? C’entro con coso. C’entro con Luca e con Nazzareno. Figa pensa te con i Top. Mi hanno messo con i Top!”. Lo scorso aprile Franco il bello è stato condannato in primo grado a vent’anni. In tasca si teneva il ruolo di “fiduciario di Luca Calajò (…) custode delle armi e interveniva con azioni di forza e di intimidazione per tutelare il prestigio e gli interessi criminali del sodalizio e per esercitare il controllo sul territorio di riferimento”. Sempre nell’ultima sentenza del Gup Mattia Fiorentini, Mirko Cito, altro gregario dei Calajò, ha incassato 11 anni in abbreviato.

Le comparsate dei boss nei video dei rapper

C’è poi il consenso sociale, tipico di una organizzazione ben strutturata. Chiarissimo in questo senso quanto annotato dalla Polizia penitenziaria: “E’ un fatto noto che la famiglia Calajò – capeggiata da Nazzareno – domini il quartiere Barona e il suo predominio, oltre a stabilirlo con la violenza e l’intimidazione, lo ha ottenuto anche grazie al consenso e all’accettazione di parte della popolazione residente”. Accettazione che si alimenta con le strette relazioni tra i Calajò e alcuni cantanti. Rapporto che si traduce in diverse “comparse dei principali esponenti della famiglia criminale nei videoclip di famosi rapper”. “Adesso – dirà Nazzareno Calajò intercettato – m’hanno fatto una canzone per me. Compongono le canzoni per me. Hai capito?!”. E poi c’è la droga. E la notizia non è tanto il traffico all’ingrosso, quanto la capacità della banda di tenere in mano una capillare rete di distribuzione che per anni ha fatto capo a Katia Adragna (deceduta, ndr) detta anche la Nera o Mamacita o Griselda o Super Mamacita. Coca distribuita con “i glovo”, ordinata in chat e pagata con bonifici. Chat comune “Mamasita Griselda 2.0” e un messaggio per i narco-clienti: “Macciao!! Tutto bene? Questo numero è la fusione di Mamasita e Griselda 2.0, da oggi potete contattarci qui, come unico numero, gli altri verranno disattivati! Vedete di memorizzare questo nuovo numero, se no come farete senza di me? Anzi senza di noi, sempre presenti a esaudire i vostri desideri a qualsiasi orario. E chi ieri sera ha speso troppi soldini con un 15 prenderà un 20”.

“Mi arrivano quattro bombe a mano, faccio la guerra”

E poi le armi, perché la banda ha fornitori e armieri: “Non ho più la 38, ho la 857 magnum (…). Ho la Glock, ho la mitraglietta con otto caricatori da 36 colpi che significa trecento colpi, e andiamo! La guerra la faccio solo con quella, mi chiamano John Rambo. Dopodomani mi arrivano quattro ananas, sono le bombe a mano”. Eccola dunque la nuova Hydra, quella che non finisce in prima pagina, quella che sta sulla strada, che morde il cemento di Milano, che non vola in Borsa ma controlla i quartieri, che muore e rinasce ogni volta. Perché come detto questo romanzo criminale non è ancora finito. L’ultimo capitolo è già a buon punto. Inizia il 4 maggio 2026 dalla scoperta di un laboratorio per la lavorazione della cocaina in via Teramo alla Barona e dall’arresto di un 56 enne albanese, il cui profilo si dimostrerà ben più complesso di quello di un semplice chimico della coca. Insomma, to be continued.

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