OpenAI propone al governo Usa di diventare socio per “redistribuire i rendimenti dell’intelligenza artificiale”: cosa c’è dietro
Cedere al governo degli Stati Uniti una partecipazione del 5% in OpenAI per garantire al grande pubblico una fetta della ricchezza che l’intelligenza artificiale creerà nei prossimi anni. E ovviamente per rafforzare il rapporto con l’amministrazione Trump, a sua volta interessata a consolidare il rapporto con le aziende che stanno sviluppando tecnologie cruciali nella competizione strategica con la Cina e destinate ad avere applicazioni sempre più rilevanti nella difesa, nell’intelligence e nella cybersicurezza. È la proposta recapitata all’inquilino della Casa Bianca, al segretario al Commercio Howard Lutnick e al segretario al Tesoro Scott Bessent da Sam Altman, ad e co-fondatore della società che ha creato ChatGPT. Secondo il Financial Times, l’ipotesi è che anche altri gruppi statunitensi del settore conferiscano una quota analoga di capitale: da Anthropic fino a colossi come Google e Meta. Anche se “non è chiaro se siano d’accordo”, sottolinea il quotidiano finanziario
Sarebbe la messa in pratica di suggestioni che OpenAI accarezza da tempo: nella sua agenda per una “Industrial Policy for the Intelligence Age“, pubblicata ad aprile, si proponeva la creazione di un Public Wealth Fund, un fondo patrimoniale pubblico che “fornisca a ogni cittadino – compresi coloro che non investono nei mercati finanziari – una quota della crescita economica trainata dall’intelligenza artificiale”. L’idea era di distribuire i rendimenti a pioggia, “consentendo a un numero maggiore di persone di partecipare ai benefici economici della crescita trainata dall’intelligenza artificiale, indipendentemente dalla loro ricchezza iniziale o dall’accesso ai mercati dei capitali”. A maggio è stata la OpenAI Foundation, il ramo del gruppo rimasto non profit, a ribadire che una società sempre più guidata dall’AI “avrà probabilmente bisogno di nuovi approcci che garantiscano alle persone una partecipazione duratura nei sistemi che creano valore”, indicando tra le possibili soluzioni proprio fondi pubblici o fondi sovrani. Il modello richiamato dallo stesso Altman è l’Alaska Permanent Fund, il fondo istituito negli anni Settanta che investe i proventi delle royalties petrolifere e distribuisce ogni anno un dividendo ai residenti dello Stato. L’AI sarebbe insomma il petrolio del XXI secolo.
Il progetto va incontro ai desiderata di Trump ma raccoglie interesse anche nel campo democratico: Altman, scrive il quotidiano finanziario, ne ha parlato nelle ultime settimane anche con il senatore Bernie Sanders, da tempo favorevole a una forma di proprietà pubblica delle grandi società dell’intelligenza artificiale. La sua proposta, ben più ambiziosa e già tradotta nell’American AI Sovereign Wealth Fund Act, è quella di un fondo sovrano con partecipazioni fino al 50% nelle grandi società dell’intelligenza artificiale, che verrebbe gestito da una commissione indipendente e girerebbe ogni anno il 5% del suo valore ai cittadini americani oltre a investire in sanità, istruzione, case a prezzi sostenibili. In comune c’è la diagnosi: l’AI rischia di accentuare la già enorme concentrazione della ricchezza come poche altre innovazioni tecnologiche nella storia recente.
È evidente però la valenza politica di una mossa del genere in questa fase. Le grandi aziende dell’intelligenza artificiale sono sotto la lente di Washington non solo per il potenziale impatto sul mercato del lavoro e l’enorme fabbisogno energetico dei data center, ma soprattutto per preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale. L’amministrazione Trump ha un approccio sempre più interventista sul rilascio di modelli cosiddetti “di frontiera”: nelle ultime settimane ha imposto ad Anthropic controlli all’esportazione che vietavano l’accesso ai modelli Mythos 5 e Fable 5 ai cittadini stranieri, per il timore che i sistemi di protezione potessero essere aggirati consentendo di individuare vulnerabilità informatiche sfruttabili per attacchi cyber. Ci sono volute tre settimane di negoziati e l’introduzione di nuove misure di sicurezza per arrivare alla revoca delle restrizioni. Anche OpenAI ha fatto i conti con il nuovo corso e ha rinviato il lancio pubblico completo del suo modello GPT-5.6 su richiesta del governo, limitando l’accesso a un piccolo gruppo di partner selezionati nell’ambito del nuovo quadro di supervisione introdotto dalla Casa Bianca.
Concedere al governo una partecipazione azionaria potrebbe oliare i rapporti, come dimostra il cambio di atteggiamento di Trump nei confronti di Intel dopo che, lo scorso anno, l’amministrazione ha acquisito una partecipazione del 9,9% nel gruppo con l’obiettivo rafforzare la produzione nazionale di semiconduttori, considerati strategici per l’intelligenza artificiale e la sicurezza nazionale. Offrire ai cittadini una partecipazione diretta nei futuri guadagni dell’AI, in parallelo, contribuirebbe a creare consenso intorno allo sviluppo di una tecnologia controversa. Proprio mentre OpenAI si prepara a una possibile quotazione in Borsa che arricchirebbe a dismisura gli attuali investitori: la fondazione OpenAI, i fondatori e dipendenti ma anche Microsoft, Amazon, Nvidia e SoftBank, oltre ai fondi che hanno partecipato a vari round di finanziamento della società.