Il Venezuela scava tra le macerie, ma gli Usa sono pronti all’assalto: la corsia preferenziale per la ricostruzione
Si scava tra le macerie, anche in piena notte. Pochi vivi, fra i tanti cadaveri. Provano a recuperarli i soccorritori qatarioti, dopo averli individuati, con cani e mezzi pesanti a lavoro. Attendono sotto ciò che resta dell’antico edificio “La Gabarra”, zona Los Corales, La Guaira. I morti salgono a 1.719, ma si teme possano arrivare a oltre 10mila. I soccorritori stessi rischiano la vita, con scosse che scandiscono le operazioni: siamo a quota 400, dal 24 giugno, giorno del terremoto. Sul terreno anche gli Stati Uniti, con mezzi e uomini, intenti a riaprire il porto de La Guaira. “La fase uno riguarda la stabilità. E stiamo lavorando, dopo il terremoto, per sostenerla. La seconda fase è il recupero. E noi continueremo con questo processo, in maniera articolata, fino alla fine”, commenta John Barrett, incaricato d’Affari Usa a Caracas, intervistato dai microfoni di Univisión. Tuttavia, fonti governative di Caracas spiegano a Ilfattoquotidiano.it che, dietro le quinte, Washington prepara il terreno per una ricostruzione a stelle e strisce. In particolare ne La Guaira, la zona più colpita, già maxi lido e porto principale del Paese. “L’affare è già nelle mani degli Usa. Spetta a loro decidere chi entra e chi no”, osserva una fonte, in riferimento a imprese e investitori coinvolti. Lo sanno anche le rappresentanze diplomatiche presenti a Caracas, che dallo scorso e gennaio si è piegata alla ferrea tutela degli Usa. I costi vanno da 12 a 15 miliardi di dollari. “Questo ammontare – spiega su X l’economista venezuelano Asdrúbal Oliveros – supera di gran lunga le capacità finanziarie dello Stato venezuelano”. Già le stime preliminari parlano di circa 9 miliardi in danni, che equivalgono all’8,5% del Pil venezuelano. Si contano circa 58.870 edifici distrutti in tutto il Paese, soprattutto nell’area costiera settentrionale, secondo le recenti rilevazioni satellitari fornite dalla Nasa.
I costi della ricostruzione dovranno essere in buona parte sostenuti dai proventi del greggio, che da gennaio sono vincolate agli Usa. Dalla caduta di Nicolás Maduro Caracas ha ricevuto almeno 5 miliardi e mezzo di dollari in entrate nette per export di greggio. I proventi però risultano sotto il controllo della firma Kpmg. La stessa che negli ultimi due decenni ha chiuso un occhio di fronte alla corruzione sistematica nel Paese sudamericano. I soldi vengono poi depositati a New York, presso un Foreign government deposit funds, come disposto dall’Executive order Usa 14373. Il fondo è nominalmente intestato alla Banca centrale del Venezuela e alla statale Petróleos de Venezuela S.A., ma sotto la lente del Dipartimento del Tesoro Usa. Anche se ritenuti “sovrani”, Caracas non ha alcuna discrezione circa l’utilizzo dei fondi. Così, Palazzo di Miraflores deve presentare ogni mese un preventivo di spesa. In seguito gli Usa consegnano le somme per le voci che ritengono opportune. Ed è lì che si gioca l’interesse Usa, con corsie preferenziali a fornitori stelle e strisce previa erogazione dei fondi. Di fronte a queste anomalie quattro congressisti Dem – Joaquín Castro, Tim Kaine, Chris Van Hollen e Sean Casten hanno richiesto ulteriori verifiche al Government accountability office sulla gestione dei fondi venezuelani. “Occorre una supervisione indipendente da parte del Congresso“, hanno detto i congressisti, denunciando l'”assenza di meccanismi di supervisione” sui flussi. A sua volta, l’economista José Guerra ha ribadito: “Non c’è trasparenza né informazione debita, opportuna o esaustiva. Il governo degli Stati Uniti non rendiconta. E non lo fa nemmeno quello di Delcy Rodríguez”.
Poco conta, in proporzione ai suddetti incassi, l’aiuto di 200 milioni forniti dagli Stati Uniti al Paese sudamericano, attraverso il coordinamento Onu per gli Affari umanitari e organizzazioni come Samaritan’s Purse, Catholic Relief Service e Croce Rossa. Nel frattempo, 31 tonnellate d’oro venezuelano, cioè 4 miliardi di dollari, restano bloccati nei caveau della Banca d’Inghilterra, oltre a diversi asset trattenuti in altri Paesi. Di recente, gli Stati Uniti hanno provveduto a una sospensione parziale delle sanzioni sul Paese sudamericano. Ma non basta. Lo conferma Francisco Rodríguez, che parlando a Cnn chiede un “ulteriore snellimento delle sanzioni che gravano sul Venezuela“. Per Rodríguez, almeno in questa fase, le sanzioni rappresentano “un ostacolo e un impedimento per la ricostruzione del Paese”. E ancora: “Se gli Usa vogliono usarle (le sanzioni, ndr) come strumento di negoziazione, può sempre ripristinarle. Ora però occorre sospenderle del tutto”.