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Il Piano casa del governo non punta a colmare il fabbisogno, ma a un nuovo sacco edilizio delle città

Mentre il Governo definiva un Piano casa a suo modo coerente, il campo largo da parte sua non ha definito una proposta strutturale
Il Piano casa del governo non punta a colmare il fabbisogno, ma a un nuovo sacco edilizio delle città
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Il Piano casa del Governo sta per essere convertito in legge definitivamente. Un decreto legge che di necessità e urgenza non aveva nulla. A quale urgenza può risponder un intervento di respiro decennale e i cui frutti, amari, vedremo forse tra qualche anno?

Una modalità di discussione imposta dal Governo Meloni/Salvini che, in quanto decreto legge, ha obbligato il Parlamento ad essere un mero ratificatore. Eppure la questione abitativa nel nostro Paese ha assunto anche toni drammatici. Così come la povertà assoluta e quella relativa hanno continuato a mordere le famiglie di lavoratori, i pensionati e i giovani.

Il fatto è che il governo non ha inteso fare un Piano casa che rispondesse al fabbisogno ma ha voluto cementificare (per dire) una rinnovata intesa per un nuovo sacco edilizio nelle città. Un sacco edilizio fondato su parole accattivanti quali “consumo di suolo zero” e “prezzi accessibili/sostenibili” ma che in realtà pongono nelle mani della finanza immobiliare nazionale e internazionale (statunitense e araba) immobili pubblici da “valorizzare”, semplificazioni, aumenti di cubature, in cambio di prezzi di locazione e vendita dicono “accessibili/sostenibili”, parola che possono dire tutto ma anche niente.

Per esempio nel Piano casa Meloni/Salvini l’edilizia integrata prevede la realizzazione di alloggi con affitti ridotti del 33% degli affitti rispetto al prezzo di mercato. Nelle aree urbane gli affitti di mercato sono intorno ai 20 euro/mq. Questo porterebbe ad offerte di affitti, da parte di questi novelli mecenati della finanza immobiliare, se va bene, intorno ai 14 euro a mq. Per un alloggio di 60 mq oltre gli 800 euro al mese. Chiamereste questo un alloggio sociale? Un affitto abbordabile per un rider o una famiglia in povertà assoluta o monoreddito o con reddito precario?

Con il decreto legge si è comunque aperta una discussione che ha coinvolto l’opposizione e le forze sociali sindacali, di movimento e associazioni di abitanti. Mentre il Governo in nome del mercato e dei nuovi bisogni, quali quelli espressi da forze dell’ordine e genitori separati, definiva un Piano casa a suo modo coerente, il campo largo da parte sua non ha definito una proposta strutturale.

Certo ci sono state espressioni anche in avanti ma non si è ancora del tutto fatto i conti con le proprie contraddizioni. In un contesto nel quale i dati su povertà assoluta, lavoratori poveri e caro affitti peggiorano di anno in anno, sono emerse le contraddizioni sociali e politiche nel campo largo.

Il Piano casa del governo e le politiche abitative e di rigenerazione urbana di comuni quali Roma e Milano vede molti punti di contatto, se non sovrapposizioni, persino coinvolgendo gli stessi soggetti della finanza immobiliare. Questo a mio dire ha frenato la possibilità di utilizzare il decreto legge del Governo come momento per definire, da parte delle opposizioni, un proprio piano avanzato, dimostrando così tutto l’imbarazzo, su certi temi, che attraversa l’opposizione.

Servirebbe, per esempio, non abboccare ad una discussione su fascia grigia che va avanti dagli anni 90 per ricominciare a ragionare. Servirebbe affrontare i copiosi sostegni fiscali per chi affitta a libero mercato che ci costano oltre 3 miliardi di euro all’anno di minori entrate e della cedolare secca a chi affitta a b&b: sono serviti questi a migliorare le offerte e ad aprire e rendere sostenibile il mercato delle locazioni?

E sulla legge 431/98, la riforma delle locazioni, che ha assunto come canale contrattuale principale il libero mercato, con la motivazione che con il libero mercato e la cedolare secca ci sarebbe stata più offerta di alloggi e con più alloggi sul mercato si sarebbero calmierati gli affitti. E’ andata cosi? Sappiamo tutti come è finita: le sentenze per morosità sono largamente la prima motivazione di sfratto.

Punti strategici sui quali nel campo largo delle opposizioni si fatica a fare passi in avanti. Così mentre dalle opposizioni in Parlamento si dicono tuoni e fulmini del Piano casa del Governo che mette nello stesso provvedimento il recupero forse di 60.000 case popolari e un contestuale piano di vendita di case popolari senza alcun limite da imporre a Comuni e Regioni, il primo emendamento presentato al decreto legge alla Camera è del Pd, che propone un piano di edilizia residenziale pubblica ma finanziato dalla vendita di case popolari. Vi sembra normale?

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