Perché il ddl Caccia sposta l’asticella nella direzione sbagliata
Credo che questo ddl Caccia che la Camera si appresta a votare non sia un semplice aggiornamento di una legge. È una scelta politica e culturale destinata a incidere sul nostro modo di vivere la natura, di tutelare gli animali selvatici e di consegnare il territorio alle future generazioni. E addolora vedere che una decisione così importante venga affrontata con tanta fretta, senza il tempo necessario per ascoltare davvero il Paese, e rappresenti uno spartiacque culturale prima ancora che politico.
Non stiamo parlando soltanto di norme venatorie, di calendari, di competenze o di tecnicismi legislativi. Stiamo parlando del rapporto che un Paese sceglie di avere con la natura, con gli animali, con il silenzio dei boschi, con la sicurezza dei cittadini e con una sensibilità ormai profondamente cambiata.
L’Italia non è più quella di cinquant’anni fa. C’è una coscienza nuova, diffusa, trasversale. Ci sono famiglie che vivono con gli animali come membri della casa. Ci sono bambini che crescono imparando a rispettare la vita e gli animali. Ci sono cittadini che chiedono più tutela dell’ambiente, non più fucili. E c’è una grande parte del Paese che non comprende più come si possa chiamare “tradizione” ciò che, per molti, è semplicemente sofferenza inflitta per divertimento.
La caccia non è una necessità “sociale”, difesa del territorio da animali feroci che attaccano l’uomo. Non lo è più da tempo. È una pratica minoritaria, divisiva, che incide però su beni che appartengono a tutti: la fauna selvatica, il territorio, la quiete, la sicurezza, l’equilibrio degli ecosistemi. Ed è proprio questo il punto: gli animali selvatici non appartengono ai cacciatori. Appartengono alla natura, e la natura appartiene anche a chi la vuole attraversare senza paura, senza spari, senza sangue.
Questo ddl, per come si presenta, dà l’impressione di voler spostare l’asticella nella direzione sbagliata: più spazio alla caccia, più concessioni a chi spara, meno attenzione a chi chiede protezione, prudenza, rispetto. La politica non ascolta più la pancia del Paese, ma soltanto alcune lobby rumorose e potenti, potenziali bacini elettorali.
Non è una battaglia di destra o di sinistra. È una battaglia di civiltà. Ci sono persone di ogni orientamento politico che oggi si sentono tradite. Perché la difesa degli animali, dell’ambiente e della sicurezza non può essere “sequestrata” da una parte. È un tema umano, prima ancora che ideologico.
Si chiede alla politica di fermarsi. Di ascoltare. Di non trattare la sensibilità animalista come un capriccio o come una moda. Dietro questa sensibilità ci sono milioni di cittadini, associazioni, famiglie, volontari, persone che ogni giorno raccolgono animali feriti, curano, salvano, proteggono. Persone che non urlano per interesse, ma per amore.
E l’amore per gli animali non è sentimentalismo debole. È una forma altissima di responsabilità. Significa riconoscere che la forza dell’uomo non sta nel dominare ciò che è più fragile, ma nel custodirlo.
Come si può parlare di benessere animale e poi approvare norme che vanno nella direzione opposta? Come si può pubblicare la foto con il proprio cane sul divano e poi sostenere provvedimenti che rendono più fragile la vita degli animali selvatici? C’è una contraddizione morale enorme, e i cittadini la vedono.
Per questo mi oppongo (e non sono la sola) a questo ddl. Credo che un Paese moderno debba andare verso meno violenza, non verso più violenza. Verso più rispetto, non verso più deroghe. Verso una natura vissuta come bene comune, non come terreno di conquista.
Mentre molti Paesi europei stanno rafforzando la tutela della biodiversità, investendo nella conservazione della fauna selvatica e promuovendo una convivenza sempre più rispettosa tra uomo e natura, l’Italia rischia di imboccare la strada opposta. Proprio noi, il Paese che il mondo ci invidia per la bellezza dei suoi paesaggi e per la straordinaria ricchezza del suo patrimonio naturale.
“Questa non è una guerra contro i cacciatori. È una battaglia per un’idea di civiltà. Per il diritto dei nostri figli a crescere in un Paese che insegni il rispetto della vita, non la sua banalizzazione. Per il diritto di entrare in un bosco e sentire il canto degli uccelli, non il rumore degli spari. Per il diritto di considerare gli animali selvatici parte della nostra ricchezza, non un ostacolo o un bersaglio”, conclude la “pasionaria” Marta Di Persia, coordinatrice regionale del Dipartimento Benessere Animale in Campania per Forza Italia. Appena dimessasi perché si è sentita tradita dal suo partito.
Gli animali non votano, non fanno lobby, non hanno voce. Ma noi sì. E abbiamo il dovere morale di usarla.