Ddl caccia alla Camera, le modifiche (controverse) che espongono l’Italia alle infrazioni Ue. E perché il testo è sotto la lente di Mattarella
Già bocciata dalla Commissione Ue, con la lettera da Bruxelles sapientemente nascosta in un cassetto dal governo. Già bocciata dal Consiglio d’Europa, per la – supposta – violazione della Convenzione di Berna. E, ora, il Colle che ha puntato la propria lente sul disegno di legge 1552 (ddl Malan), approvato la scorsa settimana in Senato, che punta a liberalizzare l’attività venatoria, stravolgendo la 157/92. La riforma della caccia arriva oggi alla Camera, segno che la maggioranza di centrodestra (in questo caso, a “trazione destra”, dal momento che soprattutto FdI e Lega spingono per accelerare i tempi) non vuole sorprese nell’ultimo anno di legislatura: l’approvazione del provvedimento è previsto entro l’estate o, quanto meno, prima che le attenzioni politiche siano dirottate sulla legge di Bilancio.
Sono tanti i punti controversi della riforma che stanno spingendo in questi giorni il mondo scientifico, quello ambientalista e quello animalista a far sentire la propria voce e a sensibilizzare l’opinione pubblica. Anche le opposizioni, con M5s e Avs in testa (e parte del Pd, con Elly Schlein che finalmente si è esposta, ma solo dopo che lo ha fatto il Papa), promette battaglia. Anche perché, vale la pena ricordarlo, l’iter a Montecitorio per il centrodestra potrebbe essere meno in discesa rispetto a quello di Palazzo Madama. E il rischio, se il testo verrà toccato, è che debba tornare indietro per un ulteriore passaggio parlamentare, allungando i tempi prima del via libera definitivo.
Un’indagine Eu Pilot nei confronti dell’Italia – lo step che precede la procedura d’infrazione – è già aperta: il governo, secondo Bruxelles, sta facendo troppo poco per combattere il bracconaggio e sta violando il divieto, nelle zone umide, di utilizzo del piombo nelle munizioni. Ora, come sottolineato dalla lettera già citata e inviata al Mase nello scorso dicembre, con la nuova riforma si aprono altri profili problematici, sempre per violazione della Direttiva Uccelli e della Direttiva Habitat, i due pilastri del diritto comunitario in fatto di tutela della biodiversità. E qui i punti contestati sono molteplici: si va dall’estensione dell’attività venatoria oltre i limiti stabiliti per legge, gli spari nella stagione di nidificazione, riproduzione e ibernazione e, sempre per quanto riguarda l’avifauna, la tremenda liberalizzazione della pratica dei richiami vivi (le esche, costrette a vivere in minuscole gabbie, che attirano col loro canto altri uccelli a cui il cacciatore spara). Proprio su quest’ultimo punto, il provvedimento crea confusione tra esemplari allevati ed esemplari catturati, impendendo il controllo delle forze dell’ordine e aumentando il già florido traffico illecito di avifauna. Infine, ma non ultime per importanza, il depotenziamento di Ispra – cioè, della scienza – i cui pareri non sono più vincolanti ma consultivi e l’uso di dispositivi ottici e optoelettronici.
Ma, come anticipato, da quanto si apprende anche il Colle sta monitorando il disegno di legge. I primi articoli della riforma si preoccupano di compiere uno stravolgimento culturale: la fauna selvatica, nei fatti, non è più considerata “patrimonio indisponibile dello Stato” – cioè un bene che ha un valore intrinseco – ma diventa oggetto alla mercé del cacciatore, ora definito “protettore dell’ambiente”. Inoltre, attraverso il passaggio delle aziende faunistico-venatorie a istituti con scopo di lucro (prima erano senza scopo di lucro), la fauna selvatica si trasforma in risorsa da sfruttare dal punto di vista del profitto. Come si vede, l’articolo 9 della Costituzione ne esce stravolto. La speranza, ora, è che la moral suasion del Capo dello Stato possa rallentare l’iter di approvazione della riforma, e che la maggioranza apra un tavolo con le opposizioni per rivedere i punti più critici.
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