Sotto sequestro il Collettivo romano Angelo Mai: “È accanimento”. Solidarietà dal mondo dello spettacolo, Gemitaiz: “Notizia terribile”
Dopo anni di lotte per sopravvivere, tre sgomberi e reiterate azioni giudiziarie, nella notte del 27 giugno la questura, con un dispiegamento di 12 agenti, ha messo i sigilli al Collettivo romano Angelo Mai. Come spiegato dai gestori del centro culturale in un post social, il controllo “ha trovato lo spazio inadeguato, nonostante il faticoso e oneroso percorso di adeguamento alle norme previste che abbiamo intrapreso da un anno”. Al momento dunque l’area nei pressi delle Terme di Caracalla è chiuso dopo le verifiche sulla sicurezza del luogo.
Dal 2018 il Collettivo indipendente è affiliato all’Arci e, nonostante viva in una situazione burocratico-giudiziaria precaria, continua ad essere un luogo per la produzione artistica e un punto di incontro per la creatività della Capitale. Nel comunicato, il gruppo di artisti spiega che da anni il circolo vive con il peso di “economie gigantesche da produrre per pagare la rateizzazione del Comune di Roma accanto al fermo desiderio – sottolineano – di non modificare la funzione e la vocazione dell’Angelo Mai”. Stando a quanto dichiarato, proprio in questi giorni il Collettivo era vicino all’assegnazione del luogo, il cui mancato raggiungimento, secondo i gestori, “racconta di un accanimento nei confronti di una realtà sgomberata già tre volte, arrestata, presa più volte di mira in maniera pretestuosa e violenta, ma comunque resistente da 22 anni”.
A sostegno del Collettivo si sono schierati anche alcuni personaggi noti del mondo dello spettacolo. Sotto il post in cui si comunica il sequestro, si trovano i commenti del rapper Gemitaiz che scrive “che notizia terribile”, a cui fa eco il collega Nerone con un più semplice cuore di solidarietà. “Gli spazi di cultura indipendenti sono il nostro sale e vanno difesi” dice Anna Foglietta, mentre è più accorato il messaggio dell’attrice Silvia Calderoni: “Quanto mi fa infuriare/urlare/rattristire/piangere questa cosa. Ancora così, sempre sotto attacco, a chiudere i pochi spazi in cui si sperimentano formati, percorsi formativi, dove si può fare spettacolo, dove si può provare. Senza tregua, senza respiro, a togliere tutto il bello e a seminare merda. Siamo tutte sotto sequestro“. Scorrendo sotto il post Instragram si trova anche il pensiero della cantante Paola Turci: “Giù le mani dall’Angelo Mai” e quello, molto duro, di Elda Alvigini: “Ennesimo episodio di squadrismo governativo, bloccare la cultura, la libertà, la creatività e il libero pensiero è l’unica cosa che sanno fare. Resistere”
Nato nel 2004 dall’occupazione dell’ex istituto omonimo, nel centro di Roma, l’Angelo Mai è da sempre un laboratorio di sperimentazione artistica e di attivismo politico. Nel tempo è diventato anche un punto di riferimento per dibattiti e confronti su temi di attualità, dalla questione palestinese ai temi gender. Nel 2006 viene sgomberata la storica sede e al Collettivo viene assegnata un’ex bocciofila nel Parco di San Sebastiano. Negli anni ha ospitato anche centinaia di concerti e spettacoli, vedendo nascere, tra le altre, la formazione teatrale Bluemotion, protagonista della scena contemporanea e che ha contribuito alla diffusione di un nuovo lavoro sulla drammaturgia in Italia. Un impegno costante che è stato anche riconosciuto nel 2016 con il Premio Ubu Franco Quadri. “Angelo Mai si è offerto alla città di Roma e al teatro italiano come una realtà capace di attivare un processo di riappropriazione dei luoghi alternativo alla privatizzazione e alle liberalizzazioni del mercato – si legge nelle motivazione del riconoscimento -. Lavorando attivamente con associazioni e onlus impegnate per i diritti civili. Una casa dove creare in libertà“. Il testo poi conclude sottolineando “l’incapacità al dialogo di chi gestisce il potere”.
La chiusura dell’Angelo Mai arriva dopo il successo del 2023 quando, dopo anni di processi, il tribunale di Roma aveva accolto l’opposizione all’ingiunzione di Roma Capitale sulla base della natura culturale dell’attività svolta dall’Angelo Mai. I giudici avevano ritenuto ingiustificate le richieste dell’amministrazione, annullando così l’ingiunzione di sgombero e le richieste pecuniarie nei confronti del collettivo.