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“Abbiamo perso tutto e temiamo altre scosse. C’è tanta gente sotto le macerie”: le voci dei venezuelani dopo il terremoto

La più colpita è la regione de La Guaira, dichiarata "zona di tragedia". I testimoni: "Scesi di corsa abbiamo visto solo corpi a terra e distruzione". Attivi i canali della Protezione civile, Croce Rossa e autorità locali. "Non basta. È tutto smantellato. Servono aiuti internazionali", dice Mario Beroes
“Abbiamo perso tutto e temiamo altre scosse. C’è tanta gente sotto le macerie”: le voci dei venezuelani dopo il terremoto
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Ore drammatiche per il Venezuela. Caracas e diverse regioni sono devastate dallo sciame sismico che ha colpito la costa centrale del Paese, partendo da un terremoto di magnitudo 7,2 e una successiva replica da 7.5. Almeno 20 scosse sono state avvertite nelle ore successive. Per il Paese è il terremoto più forte dell’ultimo secolo. In corso, ma a rilento, le operazioni di salvataggio eseguite da agenti di polizia, vigili del fuoco e Protezione civile. È corsa contro il tempo per recuperare i corpi accatastati fra le macerie. ”

La chiesa è crollata d’improvviso. Anche la casa adiacente. Siamo stati bloccati, seppelliti, sotto le macerie. Io me la sono cavata. Sono uscito con mia figlia, piccola. Altre persone però sono rimaste lì. Aiutateci”, commenta a ilFattoQuotidiano.it Carlos Arismendi, pastore evangelico della Iglesia anunciadora de Sión, nella Guaira. La città, dichiarata “zona di disastro”, è tra le più colpite. L’ospedale locale, José María Vargas, è al limite del collasso. In attesa del proprio turno centinaia di feriti, sdraiati sul pavimento, nel parcheggio della struttura. In mezzo al disastro ha preso fuoco il complesso residenziale intitolato a “Hugo Chávez”, situato sempre a La Guaira. Le cause sono ancora da individuare. “La Guaira è lo stato più colpito. Sono crollati decine di edifici. Stiamo eseguendo lavori assidui di salvataggio per salvare le vite che Dio ci permetterà di salvare”, ha affermato la presidente in carica, Delcy Rodríguez, a reti unificate, offrendo un bollettino preliminare degli eventi. I danni, secondo il Servizio meteorologico Usa, potrebbero raggiungere il 2% del Pil. E le vittime potrebbero superare la soglia delle 10mila.

“Abbiamo preso l’essenziale e siamo scesi subito da casa”, racconta María Andrade, del municipio Chacao. “A piano terra c’era una cortina di fumo, una scena straziante, fatta di corpi e macerie per terra”, ci dice, in lacrime. “Non so niente di mio zio. Che vive a La Guaira. È impossibile comunicare. Sono crollate case ed edifici”, spiega il giornalista Mario Augusto Beroes. “In realtà la Protezione civile è quasi inesistente”, afferma, smentendo le rassicurazioni della presidente Rodríguez. “Dipendiamo dalle collaborazioni esterne, poiché negli ultimi decenni anche i Vigili del Fuoco sono stati particolarmente indeboliti. Attendiamo dunque gli aiuti internazionali”. L’amministrazione Rodríguez ha infatti annunciato l’arrivo di personale estero, che si unirà alle operazioni di salvataggio. In programma anche la revoca dei blocchi imposti ai Social da parte di Conatel, l’autorità per le telecomunicazioni.

“Le repliche continuano. Qui, ad Altamira, sono crollati diversi edifici. Molte persone, sotto le macerie, sono ancora vive. Sappiamo poco di quanto accade altrove, negli altri Stati colpiti. Si attendono, purtroppo, ulteriori repliche”, commenta Consuelo Giraud (Caracas). Il rischio di ulteriori repliche è confermato dagli Stati Uniti, che monitorano la tragedia in corso. “Finora abbiamo salvato 22 persone. Altre 11 sono decedute. Cerchiamo di rispondere anche ai casi meno gravi. Stiamo facendo il massimo. Saremo qui fino a quando non salveremo tutti coloro che possono essere salvati”, ha commentato Gustavo Duque. Interviene anche il dirigente politico Rogelio Díaz, che conferma l’esistenza di “una rete solidale” che coinvolge “agenti, pubblici ufficiali e vicini”, che sin dalle prime ore si sono adoperati nella rimozione delle macerie. Attiva anche la Croce Rossa, i cui soccorritori sono dispiegati nelle zone più colpite dallo sciame sismico. “In coordinamento con gli organismi di salvataggio e autorità del governo nazionale, stiamo offrendo sostegno nella ricerca e nell’accompagnamento di persone colpite dall’emergenza”. Altre persone, colte dallo choc, permangono nelle strade. Altri edifici sono crollati a San Bernardino, Altamira ed El Paraíso. “C’è nervosismo. Nonostante le raccomandazioni, la gente ha preferito muoversi, anche creando un po’ di caos”, ha commentato Ana Karina Jardim, presentatrice a Chacao. È incognita per la situazione nelle aree interne. Persino il governatore di Carabobo, l’italo-venezuelano Rafael Lacava, ha ammesso: “Non ricordo, negli ultimi decenni, un evento di tale portata. Non abbiamo energia elettrica. Stiamo provando a ripristinare, al più presto, il servizio”. Crescono, nel frattempo, i timori per eventuali disordini nel Paese, là dove alcuni sopravvivono – per ora – senza l’essenziale. “Non abbiamo nemmeno acqua da bere. Stiamo morendo di sete. Evitiamo di sostare in qualsiasi struttura, perché temiamo che tutto crolli nuovamente”, è la straziante testimonianza di Alberto Suarez, che in un motto di impotenza dice: “Ora è il turno di Trump, di aiutare davvero, visto che da sei mesi occupa il Paese e si sta prendendo tutto il nostro petrolio”.

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