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Disastro ambientale colposo: ex manager Solvay a processo per la contaminazione da Pfas a Spinetta Marengo

Le indiscrezioni sull'accordo che il colosso avrebbe raggiunto con la Regione. Contrari i comitati: "Ministero dell'Ambiente e Piemonte respingano la monetizzazione del danno"
Disastro ambientale colposo: ex manager Solvay a processo per la contaminazione da Pfas a Spinetta Marengo
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Sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale colposo gli ex dirigenti Solvay (oggi Syensqo), Stefano Bigini e Andrea Diotto. Lo ha stabilito il Tribunale di Alessandria al termine dell’udienza preliminare durata due anni. Inizierà il prossimo 16 novembre il processo agli ex manager accusati del disastro colposo legato alla contaminazione da Pfas, i cosiddetti inquinanti eterni, nello stabilimento chimico di Spinetta Marengo. Nel frattempo, però, proprio mentre si attendeva la decisione del gup Arianna Ciavattini, sulle pagine locali, il Corriere della Sera pubblica un’indiscrezione secondo la quale sarebbe stato raggiunto un accordo economico tra Syensqo e la Regione Piemonte, perché l’Ente si ritiri come parte civile. Massimo riserbo sulla somma, ma la cifra dovrebbe i costi sostenuti dall’Arpa per la mappatura e i monitoraggi di suolo, acqua e aria contaminati da Pfas e per l’indagine sanitaria sui residenti nel raggio di 3 chilometri. Ed è una notizia che divide, perché a queste latitudini si vuole andare fino in fondo. Lo ha ribadito, con un presidio davanti al Palazzo di giustizia il comitato ‘Ce l’ho nel sangue’, che spinge affinché il processo ora si celebri a porte aperte. “Per noi che anche oggi eravamo in presidio davanti al Tribunale di Alessandria – commentano dal Comitato Stop Solvay – il rinvio a giudizio significa che la richiesta di verità e giustizia che portiamo avanti da anni continua il suo percorso. Significa che non è più possibile nascondere o ignorare la realtà di quello che è successo e di quello che ancora oggi accade a Spinetta Marengo”.

I due manager rinviati a giudizio

Nel corso dell’udienza precedente, quella del 3 giugno, gli avvocati della difesa avevano annunciato l’intenzione di chiedere il patteggiamento, subordinato alla derubricazione dell’ipotesi di reato, da disastro ambientale colposo a inquinamento ambientale colposo. Ma l’istanza dei legali di Stefano Bigini, direttore dello stabilimento tra il 2008 e il 2018 e del suo successore Andrea Diotto, era già stata respinta dal pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme. Secondo l’accusa i due ex manager avrebbero omesso interventi per il risanamento della contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche, ma anche per il contenimento degli inquinanti. Ora affronteranno entrambi il processo. “È una notizia che i cittadini, le famiglie e i comitati di questo territorio attendevano da anni. La giustizia finalmente fa il suo corso e il 16 novembre gli imputati dovranno rispondere in aula di ciò che hanno causato a un’intera comunità” dichiara in una nota l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Cristina Guarda.

La bonifica e gli accordi con le parti civili

L’ex Solvay ha pagato fino ad oggi 100mila euro al Comune di Alessandria e risarcito più di 300 cittadini con somme fino a 8mila euro. Nessun intesa, per ora, con il ministero dell’Ambiente che, invece, chiede come contropartita la bonifica della falda da Pfas, cromo e solventi clorurati. Il Comitato Stop Solvay, “in attesa che Regione Piemonte e ministero dell’Ambiente respingano ogni logica di monetizzazione del danno” chiede una legge nazionale sui Pfas per “fermare produzioni nocive vecchie e nuove” e “una bonifica integrale del territorio”. Restano ancora tra le parti civili il Wwf (l’inchiesta è partita proprio da un esposto presentato dall’associazione a giugno 2020, attraverso l’avvocato Vittorio Spallasso, ndr), Legambiente nazionale e il circolo di Legambiente Ovada, la Camera del lavoro, Cgil Alessandria e diversi cittadini. “Ora non ci sono più alibi. Chiedo alla Regione Piemonte e al Governo di non restare a guardare – aggiunge l’eurodeputata, Cristina Guarda – rientrate nel processo, non accettate transazioni al ribasso, e pretendete la bonifica reale e completa della falda acquifera e del territorio”. E ricorda che l’Autorizzazione integrata ambientale è scaduta da quattro anni, la bonifica esterna è ferma e lo stabilimento continua a produrre Pfas. La difesa degli ex manager ha comunicato che per la bonifica dell’acqua di falda sarebbero necessari 36 milioni. La speranza di cittadini e associazioni è legata alle sorti del Veneto, dove il Consiglio di Stato ha di recente confermato che, per l’inquinamento da Pfas del territorio compreso tra le province di Vicenza, Verona e Padova, a pagare la bonifica (si stima un costo di 85 milioni, che potrebbero presto aumentare, ndr) dovranno essere le multinazionali gruppo Ici, Mitsubishi corporation e Eni Rewind.

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