Cosa offre Vannacci ai delusi? Qualcuno con cui prendersela. Usciamo dal suo campo di battaglia
“In generale chi per primo occupa il campo di battaglia e si predispone in attesa del nemico sarà in vantaggio (…) Perciò chi eccelle nell’arte della guerra costringe gli avversari a fare ciò che desidera e non il contrario.” Le parole scritte tra fine del V secolo a.C. o l’inizio del IV secolo a.C nel trattato su L’arte della Guerra di Sun Tzu spiegano che la scelta del campo di battaglia fa la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Un principio applicato più volte da grandi strateghi, da Alessandro a Enrico V ad Azincurt fino a Napoleone ad Austerlitz e ad Eishenover nel D-Day. Anche se dubito fortemente che il generale Vannacci, con buona pace dei gradi che aveva sulle spalline, abbia mai letto il trattato sull’Arte della Guerra, sta applicando alla perfezione il principio che ho prima citato. Il campo di battaglia, il terreno di gioco che ha scelto e sta imponendo ai suoi avversari e ancor prima ai suoi interlocutori è il solo che conosce: quello della semplificazione.
Vannacci semplifica, indica temi che si legano agli istinti. Regala, paura, odio e offre bersagli da colpire. Non è per nulla originale. Ha un’intelligenza medio bassa, non ha molta fantasia e punta a costruire messaggio elementari da veicolare ad un’uditorio che gli è affine e che, purtroppo, non è residuale. Futuro Nazionale è un vero e proprio manuale dell’odio e non si discosta dal fascismo da cui trae origine. Mobilita politicamente la paura, esattamente come faceva il fascismo tra la fine degli anni Dieci e l’inizio dei Venti del secolo scorso. Costruisce una minaccia esterna, scommette sulla paura dell’altro, del diverso da te, la paura del Mondo al Contrario e promette di ripetere le cose in ordine, con ricette tanto facili da capire, quanto palesemente inapplicabili. Ma l’effettiva realizzazione dell’assunto è un dettaglio ininfluente. Non è importante la concreta fattibilità della ricetta contenuta nello slogan, è importante quanto quella ricetta, quello slogan venga assimilata se adeguatamente veicolata.
E’ qui che le strade di Sun Tzu e Vannacci si incontrano. Il campo di battaglia viene scelto e viene occupato. E’ lui che stabilisce sempre di cosa si parla, che fissa l’agenda.
La crisi che si è sviluppata e le ricette del liberismo che sono state applicate, purtroppo non solo dai Governi di destra, hanno portato milioni di persone sempre più verso la povertà, a vivere un futuro incerto. I giovani delusi per aver investito in formazione, futuro, ma con la chiara prospettiva di non poter costruire una vita autonoma. Sacche di donne e uomini che fanno lavori frustranti, pesanti, precari e che soprattutto non consentono di avere una retribuzione degna. Il lavoro povero, il precariato e il totale abbandono nel quale larghi strati della popolazione italiana si trovano, ha un ulteriore peso ed è quello della mancanza di rappresentanza. I diseredati in ogni tempo hanno potuto guardare ad una rappresentanza, fosse pure quella fideistica della Chiesa o utopica dell’anarchia. Oggi chi sta male non si sente rappresentato. Cova in solitudine la propria frustrazione che diventa disperazione.
Cosa offre l’estrema destra a questa gente? Non offre alcuna soluzione. Gli offre solo qualcuno con cui prendersela, qualcuno su cui concentrare il proprio odio, sfogare la propria rabbia e frustrazione. Una ricetta vecchia. Negli anni Venti in Italia furono i bolscevichi, gli imboscati, nei Trenta in Germania furono gli ebrei. Oggi in Italia, ma anche in Gran Bretagna e a Belfast, sono gli stranieri, ma anche i disabili, gli omosessuali, l’emancipazione femminile. La prospettiva è il pogrom, la remigrazione conditi da tratti nostalgici, questi ultimi per saldare il legame con i covi fascisti che nessun governo ha avuto gli attributi minimi per chiudere.
Questa non è la destra che guarda alle classi abbienti dei fasci ripuliti di Fratelli d’Italia. E’ la vecchia destra populista che ha generato il fascismo. Brutta, sporca e cattiva, senza soluzioni che non siano quelle di menar le mani (anche tra loro se è il caso, com’è avvenuto al congresso di FN).
Vannacci in Italia e Farange in UK, godono della stessa condizione. Nessuno gli chiede conto della loro politica. In questi giorni Vannacci è a Firenze per l’ennesima passeggiata provocatoria. La risposte del fronte democratico è stata un presidio antifascista con interventi che rispondevano alle follie del generale su femminicidio, remigrazione etc. Tutto giusto ci mancherebbe. Ma al tempo stesso tutto sbagliato. Perché le forze democratiche anche oggi si fanno trascinare a combattere sul campo fangoso scelto da Vannacci.
Se si vuole ricacciare Vanacci negli anfratti dai quali è inopinatamente uscito, lo si fa non parlandosi addosso, ma parlando alla gente che lo ascolta, che è sensibile alle sue sirene. Bisogna sfidarlo su quali proposte politiche presenta alla gente disperata e incazzata. Chiedergli cosa vuol fare sui salari da fame, cosa vuol fare sulla sanità, cosa sui diritti di chi lavora, sulla sicurezza, sullo sfruttamento dei caporali, cosa pensa di fare per i pensionati che devono scegliere su pagare la farmacia o pagare la spesa. Cosa vuol fare per chi evade il fisco spudoratamente o sugli extra profitti che hanno fatto ingrassare le banche, chiedergli se è favorevole ad una patrimoniale per i super ricchi per investirne il ricavato nella sanità pubblica. Vorrei che i colleghi giornalisti che hanno occasione di mettergli fronte un microfono gli facessero queste domande. Domande vere che lui non vuol sentirsi fare, non quelle comodissime che gli ha fatto Gruber a Ottoemezzo. Con quelle, piaccia o no, si collaborerà alla sua campagna elettorale e dal 6% di oggi lo vedremo superare di volata il 10%.
Soprattutto è assolutamente necessario che le forze democratiche non arrancassero dietro ai suoi vuoti slogan, ma lo trascinassero a combattere in campo aperto, fuori dalla fanghiglia che ha scelto lui.