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Malagò è il nuovo presidente Figc: eletto con il 68,58% dei voti. “Da solo non posso fare nulla, con voi posso fare tutto”

Nessuna rivoluzione, nessun nome nuovo. Come annunciato, l'ex numero 1 del Coni è il nuovo capo del pallone italiano. Alle urne nettamente sconfitto Abete
Malagò è il nuovo presidente Figc: eletto con il 68,58% dei voti. “Da solo non posso fare nulla, con voi posso fare tutto”
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Giovanni Malagò è stato eletto nuovo presidente della Figc con 343.084 voti (68.5%). “È veramente molto profondo ed emozionante il senso di responsabilità che provo. Da solo non posso fare niente con voi possiamo fare tutto, grazie a tutti”, ha dichiarato Malagò dopo la proclamazione. Come annunciato, ha sconfitto alle urne federali lo sfidante Giancarlo Abete, presidente della Lega Nazionale Dilettanti ed ex presidente della Figc dal 2007 al 2014 che ha chiuso con 145.936 voti, cioè meno del 30% (29-17%). Nessuna rivoluzione, nessun nome nuovo: il calcio italiano ha scelto di ripartire da lui, l’ex presidente del Coni, appena uscito dall’esperienza delle Olimpiadi di Milano-Cortina. All’Hotel Astoria di Roma i delegati delle sei componenti federali hanno votato il nuovo n.1 della Federcalcio: le elezioni di oggi mettono definitivamente la parola fine agli 8 anni della gestione di Gabriele Gravina, terminata con le dimissioni dopo la terza mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali.

“Mi sono chiesto il motivo degli endorsement delle Leghe che mi hanno sostenuto, io ero titubante. Poi mi sono dato una risposta: per la mia storia, il mio curriculum“, aveva dichiarato Malagò poco prima dell’elezione, durante il suo intervento in assemblea. “Ho sentito dire che è stato chiamato un ‘Papa nero‘, uno straniero, ma io mi sento uno di voi. Sono fratello, padre, figlio di questa federazione. Se dovessi essere eletto, vi chiedo di mettere da parte i personalismi“, ha aggiunto Malagò. Al voto – dove c’è stata un’affermazione netta di Giovanni Malagò – ciascuna componente disponeva di un diverso peso elettorale, stabilito dallo statuto federale (Serie A 18%, Serie B 6%, Lega Pro 12%, Lega Nazionale Dilettanti 34%, Associazione Italiana Calciatori 20% e Associazione Italiana Allenatori 10%).

Nel segno della continuità, è stato riconfermato in blocco il consiglio federale. Per la Serie A restano quindi Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta. Poi Antonio Gozzi per la Lega B e Giulio Gallazzi per la Lega Pro. In rappresentanza degli atleti Valerio Bernardi, Davide Biondini, Umberto Calcagno e Sara Gama, mentre per i tecnici Giancarlo Camolese e Silvia Citta.

Chi è Giovanni Malagò

Giovanni Malagò, romano, è stato per dodici anni il presidente del Coni, ruolo ricoperto dal 2013 al 2025, dopo essersi imposto da outsider nella corsa al vertice dello sport italiano. Prima del Foro Italico, il suo nome era legato soprattutto al Circolo Canottieri Aniene, uno dei centri più influenti dello sport e delle relazioni romane, di cui è stato presidente e da cui è partita una parte importante della sua rete di rapporti.

La sua elezione al Coni segnò l’ascesa di un dirigente capace di muoversi tra sport, politica, federazioni e grandi eventi. Negli anni del mandato, Malagò ha costruito un sistema di alleanze ampio, spesso descritto come una sorta di “anienizzazione” del Coni: attorno a lui si sono consolidati collaboratori, presidenti federali e figure cresciute nella sua orbita. Il suo peso non si è limitato allo sport olimpico: dal calcio alle grandi candidature internazionali, la sua rete è diventata centrale in molte partite del potere sportivo italiano.

Tra i momenti più significativi della sua gestione c’è stata la candidatura di Roma ai Giochi 2024, poi naufragata dopo il no della sindaca Virginia Raggi. Più fortunata (per lui) è stata invece la partita di Milano-Cortina 2026, i Giochi invernali assegnati all’Italia durante la sua presidenza e diventati uno dei dossier principali dell’ultima fase della sua carriera al Coni. Su quel fronte, però, sono arrivate anche polemiche e inchieste: Il Fatto Quotidiano ha raccontato le indagini sulla Fondazione Milano-Cortina e i costi esplosi legati alle opere olimpiche e non solo.

La sua presidenza è stata segnata anche da scontri istituzionali. Malagò ha avuto rapporti complessi con diversi governi e con i ministri dello Sport, in particolare nei passaggi sulle riforme del sistema sportivo. C’è stata la strenua battaglia contro la riforma Giorgetti, che ha portato alla nascita di Sport e Salute, togliendo potere al Coni. Negli ultimi anni ha criticato la riforma Abodi sulla nuova agenzia di vigilanza economica sui club di calcio, leggendola come un intervento destinato a cambiare gli equilibri del gioco più che a migliorare il sistema.

Non sono mancate le controversie personali e politiche. Nel 2014 fu sanzionato dalla giustizia sportiva della Federnuoto, in qualità di presidente del Circolo Canottieri Aniene, per la vicenda legata alle sue parole sulla ristrutturazione della piscina olimpica di Roma. Nel finale del mandato al Coni si è discusso a lungo anche della possibilità di una sua permanenza oltre il limite dei tre mandati, ipotesi che avrebbe richiesto un intervento legislativo e che non si è concretizzata.

Conclusa l’esperienza al Coni, Malagò non è uscito dal sistema. La successione di Luciano Buonfiglio è in piena continuità con la sua stagione. Aveva sperato di lanciare la sua carriera nella politica sportiva internazionale, grazie al ruolo nel Cio, ma è andata male. Ecco allora arrivare l’occasione di risollevare il calcio italiano: fin dalle ore successive alla sconfitta contro la Bosnia, costata all’Italia la terza eliminazione dal Mondiale, è stato indicato come candidato alla presidenza della Figc. L’unico vero ostacolo è stato il nodo del cosiddetto pantouflage, poi superato dal parere dell’Anac, che ha escluso l’applicazione della norma all’ambito sportivo. E spianato la strada alla nuova vita di Malagò da capo del pallone italiano.

Articolo in aggiornamento

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