Nella cornice della Fondazione Banco Napoli è andato in scena un incontro che sembrava sospeso tra la cronaca giudiziaria e la riflessione filosofica. Sergio Cusani e Carlo Sama, volti simbolo della stagione di Tangentopoli e della vicenda Montedison, si sono ritrovati per presentare il libro di Cusani, “Il colpevole”, offrendo un ritratto inedito del loro presente e di un passato mai del tutto archiviato. Sergio Cusani, un tempo braccio destro di Raul Gardini e uomo chiave della maxi-tangente Enimont, è stato l’imputato numero uno del processo Mani Pulite. Nonostante la condanna e il carcere scontato per falso in bilancio, rivendica oggi una scelta controcorrente: quella di essere “colpevole per decisione”. “Io sono colpevole, ma sono un colpevole che ha deciso di essere colpevole – premette l’ex manager – perché ha deciso di non accettare il metodo della Procura di Milano. È questo che è stato detto l’altra sera al pubblico ministero”. Il riferimento è ad Antonio Di Pietro, che fu il principale accusatore di Sergio Cusani nel processo Enimont e che nei giorni scorsi è stato protagonista di un confronto televisivo con lo stesso Cusani e Sama negli studi di Quarta Repubblica, su Rete4.
L’ex dirigente del gruppo Ferruzzi ribadisce: “Ho rifiutato il metodo mercantile del do ut des: mi dai qualche cosa e ti tratto in un certo modo; non mi dai niente e becchi le legnate. Non l’ho accettato, perché innanzitutto io venivo dal Movimento Studentesco, ero dirigente dell’Università Bocconi e a livello nazionale dei collettivi universitari. Il principio fondamentale era che ognuno si doveva assumere le proprie responsabilità fino in fondo e ne doveva rispondere“.
Cusani spiega che in nome di un’etica della responsabilità individuale, ha deciso coscientemente di non attribuire le proprie colpe ad altri per ottenere vantaggi: “Mai e poi mai avrei accettato di scaricare su un’altra parte delle mie responsabilità per acquistare i benefici. Una roba così vile proprio non mi passava neanche per l’anticamera del cervello. E ho affrontato tutto quello che ne derivava consapevolmente”.
Accanto a lui, Carlo Sama descrive il loro rapporto attuale come quello di una “coppia di fatto” della storia repubblicana, paragonandosi ironicamente a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Sebbene uniti dal destino processuale, i due divergono profondamente sulla visione attuale delle istituzioni. Il dibattito, infatti, si è acceso sul tema della riforma della giustizia e del recente referendum. Cusani ha rivelato di aver votato No, motivando la scelta con la necessità di sottrarre un tema così delicato alla bagarre politica e alle menzogne elettorali: “Non si può litigare, non si possono raccontare bufale, balle, offese su una questione così importante e delicata come la giustizia, Ma scherziamo? Se si vuole fare una cosa seria, si prende il Calamandrei della situazione e si costituisce una commissione per riformare davvero il sistema e si lavora. Penso ad esempio al grandissimo giurista Luigi Ferrajoli“.
Di parere opposto Carlo Sama, che ha votato Sì. Per il cognato di Gardini, lo scandalo Palamara ha scoperchiato una “pentolaccia” di correnti interne che, in un Paese normale, avrebbero dovuto portare alla dismissione del Csm. La sua posizione è dettata dalla volontà di rendere i magistrati responsabili delle proprie azioni, proprio come avviene per i medici. Eppure, nonostante lo scontro frontale con il pool di Milano, Cusani conserva un riguardo profondo per la magistratura: “Io coi magistrati ho avuto un rapporto che Carlo non condivide: li rispetto, non li ho mai offesi, non sentivo assolutamente questo bisogno. Il mio rapporto con loro è sempre stato molto franco: ognuno al suo posto”.
A testimonianza di questo, ha mostrato con commozione un biglietto di condoglianze inviatogli da Francesco Saverio Borrelli, allora procuratore capo di Milano, in occasione della morte di sua madre nel 2000. Con la voce rotta dall’emozione, Cusani non è riuscito a leggere tutto il contenuto della lettera, limitandosi a pronunciare il commiato di Borrelli (“un abbraccio”) e a mormorare: “A me ha fatto molto piacere”.
Oggi, lontano dalle aule di tribunale, Cusani appare come un uomo profondamente segnato da un nuovo afflato umanitario. Interpellato su quale sarebbe la sua scelta politica attuale, ha risposto senza nominare alcun partito, ma esprimendo chiaramente la sua visione: “Voto per chiunque sia contro la guerra e difende i diritti dei più deboli. Penso, in particolare, alla Palestina”. Questo impegno non è solo teorico, ma ha un volto concreto e commovente: l’ex manager ha infatti rivelato di avere una bambina palestinese in affido internazionale, una piccola che è riuscita miracolosamente a fuggire dalle atrocità dei massacri israeliani a Gaza. È un Cusani che, oltre la colpa e la pena, si dichiara oggi “per la tutela dei diritti, sempre e comunque”, in un percorso che lega l’etica della responsabilità individuale ala cura silenziosa per chi non ha più nulla.