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Regno Unito, il Labour pensa al dopo Starmer e Andy Burnham prepara la scalata a Downing Street

Si tratta del politico più popolare del partito e intende sovvertire buona parte dei punti fermi indicati dall'attuale premier: il suo programma prende il nome di Manchesterism
Regno Unito, il Labour pensa al dopo Starmer e Andy Burnham prepara la scalata a Downing Street
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Andy Burnham è uno di quei politici che a Londra chiamano “a slow burn”: parte piano, sopravvive, si reincarna, riemerge sempre. Cresciuto nel Cheshire, formato a Cambridge, entra in Parlamento nel 2001 per Leigh, vecchia circoscrizione mineraria, e fa carriera nel New Labour: viceministro con Blair, Chief Secretary del Tesoro con Brown, poi ministro della Cultura e infine alla Sanità.

Nel 2009, ad Anfield, viene contestato dalle famiglie delle 97 vittime della strage di Hillsborough: il giorno dopo, in Downing Street, chiede a Brown di portare il caso in Parlamento. È la seconda inchiesta Hillsborough, che nel 2012 fa annullare i verdetti originari e riconosce che le vittime furono “uccise illecitamente”. È il momento di svolta, in cui smette di essere un quadro di partito e scala la marcia delle ambizioni.

Si candida alla leadership del Labour nel 2010 (quarto su cinque, vince Ed Miliband) e nel 2015 (secondo, travolto dall’onda Corbyn). Nel 2016 lascia Westminster, l’anno dopo viene eletto sindaco di Greater Manchester, confermato nel 2021 e nel 2024. Durante la pandemia, lo scontro con Boris Johnson sui fondi alle regioni del Nord gli vale il soprannome di “King of the North”, nato per scherzo e ora diventato l’identificativo.

Oggi, a 56 anni, Burnham è il politico laburista più popolare del Regno Unito. E ha appena lanciato la sua scalata a Downing Street. Il deputato di Makerfield, Josh Simons, si è dimesso per aprirgli il seggio; lui ha annunciato che chiederà al National Executive Committee di candidarsi alla suppletiva. A gennaio, per Gorton e Denton, in Nec lo bloccò otto a uno, con il voto contrario dello stesso Starmer: quel seggio finì ai Verdi. Stavolta la posta è più alta. Reform UK è in forte crescita nel Nord-Ovest e Farage ha promesso di gettare nella mischia “assolutamente tutto”. Se Burnham perde, la sua corsa alla leadership muore lì. Se vince, ha il seggio per sfidare Starmer, e ha dimostrato che un Labour diverso può ancora fermare l’ondata nazionalista di Farage.

La prospettiva politica

Il programma con cui lo farebbe ha un nome: Manchesterism. La cornice intellettuale arriva con “The Productive State: A Framework for Manchesterism”, un saggio da dodicimila parole pubblicato dal think tank Mainstream e firmato da Mathew Lawrence, direttore di Common Wealth. Un documento utile a capire le divergenze programmatiche dalla linea politica di Sir Keir.

Starmer governa da due anni dentro una cornice di rigore fiscale e rassicurazioni alla City: il problema del Paese, per lui, è la mancanza di stabilità dopo il caos Tory. Burnham capovolge la prospettiva. Su un editoriale del Guardian, ha sintetizzato: “i quattro cavalieri dell’apocalisse britannica sono deindustrializzazione, privatizzazione, austerità e Brexit”. Il declino non è ciclico ma strutturale, frutto di un’economia “estrattiva” basata sulla rendita: buy-to-let, private equity, fondi sovrani stranieri. Una diagnosi che ricalca, in parte, quella di Farage, ma raggiunge conclusioni opposte.

Il ruolo dello stato

Starmer ha promesso di nazionalizzare la British Steel “pending review”, in attesa di valutazione: due parole che secondo i suoi critici riassumono tutto il suo premierato. Burnham propone l’opposto: ripresa diretta del controllo pubblico su acqua, energia, trasporti, parte della casa. Il modello è la Bee Network, la rete integrata bus-tram in stile londinese lanciata nel 2023 dopo aver riportato gli autobus sotto controllo pubblico. “Dobbiamo fare a livello nazionale quello che abbiamo fatto a Greater Manchester”, ha detto a Reuters. La tesi: lo Stato, riprendendosi le leve, può abbattere i costi strutturali del settore pubblico invece di sovvenzionarli in eterno. Negli ultimi dieci anni l’economia di Greater Manchester è cresciuta a più del doppio della media nazionale. Il dato che i suoi alleati brandiscono come prova.

Il fisco e i mercati

Qui la rottura è la più rischiosa. Starmer ha fatto del rispetto delle regole fiscali una bussola identitaria. Burnham va nella direzione opposta: tasse più alte sulle case di lusso e sui redditi alti, taglio dell’Irpef per i bassi, indebitamento massiccio per l’edilizia pubblica. Sei gestori di fondi su dieci, in un sondaggio del Financial Times, lo hanno indicato come il candidato capace di innescare “la reazione di mercato più negativa”; la sterlina è scivolata appena ha annunciato la corsa. Il sindaco ora prova a rassicurare la City: sostiene che le sue parole sull’essere “in ostaggio dei bond market” siano state malinterpretate. Ma il sospetto resta, i mercati votano aumentando l’interesse sulle obbligazioni, una forma di interferenza nella politica che però suona come un avvertimento. E i suoi avversari ricordano che il bilancio del Manchester City Council è uno dei più indebitati del Paese.

La riforma elettorale

Starmer è il custode dell’ortodossia istituzionale: maggioritario uninominale, partito centralizzato, disciplina di ferro sui parlamentari. Burnham, sul Guardian, ha chiesto di mandare in soffitta il first-past-the-post: dentro al Labour, è quasi un’eresia. Significa accettare che la sinistra britannica debba imparare a governare in coalizione, non più a vincere da sola.

La gestione del partito

Starmer ha costruito la propria leadership sull’epurazione interna e sulla narrazione del “Labour cambiato” rispetto ai tempi della gestione Corbyn, ma nel fare questo ha smesso di ascoltare la base ed imposto una visione dirigista e percepita come procedurale ed antidemocratica, alienandosi iscritti ed attivisti. Burnham promette di farne “un partito in cui si possa credere di nuovo”: linguaggio quasi corbyniano nel tono, ma soft-left nei contenuti. Lui stesso è un politico in evoluzione: nel 2010 si presentava come blairiano dichiarato, oggi rivendica una traiettoria diversa. Viene tacciato di opportunismo e trasformismo sia da destra che dalle formazioni a sinistra del suo partito, e potrebbe essere non abbastanza radicale per recuperare gli elettori laburisti passati ai Green di Zack Polanski.

Resta il punto politico. A torto o ragione, Burnham è il candidato più probabile per succedere a Starmer, davanti a Wes Streeting, Angela Rayner ed Ed Miliband. È lui l-avversario da battere, l’unico ad avere I numeri per impensierire Starmer, inchiodato a meno 57 di gradimento netto secondo YouGov. Che possa davvero risollevare le sorti del Labour in tempo per le elezioni politiche del 2029 è tutto da vedere.

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