Bmw, Zipse scuote il vecchio continente: “Dazi e diktat UE rischiano di travolgere l’auto europea”
È come un fiume in piena Oliver Zipse, nel suo ultimo giorno da amministratore delegato di Gruppo BMW, colosso finanziariamente in relativa salute (utile ante imposte da circa 2,3 miliardi di euro, in calo del 25% rispetto al primo trimestre 2025, diminuzione dei ricavi dell’8,1%, a quota 31 miliardi di euro e un sostanzioso Free Cash Flow salito a 777 milioni di euro), nonostante il momento negativo dell’automotive mondiale, alle prese con le incertezze internazionali, con una transizione naufragata sulle sponde rocciose dell’ideologismo ambientale e con le politiche europee pensate per arginare l’avanzata cinese.
Sicché, dal palco dell’assemblea degli azionisti, Zipse colpisce l’UE come un peso massimo che si gioca il titolo mondiale: “I dazi sulle elettriche cinesi sono un boomerang. Chi li paga? Il cliente. Tutto ciò include anche le esportazioni dalla Cina (dove BMW possiede il suo polo produttivo più grande a livello mondiale, attraverso la joint venture BMW Brilliance Automotive, nda), ed è qui che i dazi punitivi imposti dalla Commissione europea sulle elettriche ci danneggiano: sono tra i più elevati che dobbiamo sostenere”.
Secondo Zipse, i dazi “non proteggono, ma causano danni a tutte le parti coinvolte. Le esportazioni e il libero scambio sono alla base di innovazione e occupazione”. Anche perché “la mobilità elettrica non è possibile senza catene del valore internazionali” (il 70% in mano alla Cina quando si parla di auto a batteria). Ma i colpi più pesanti sono quelli rivolti ai regolamenti europei sulle emissioni proposti dall’UE, che “non favoriscono l’apertura tecnologica e ignorano la realtà del mercato (che guarda all’elettrico con indifferenza, nda). Per oltre il 90% dei veicoli nell’UE resterà di fatto un divieto. Inoltre sono previste rigide quote di elettrificazione per le flotte aziendali”, ennesimo tentativo di provare a sottomettere il libero mercato alla volontà politica. Misure che “non giovano ai consumatori, né all’industria, né all’ambiente. Bruxelles non premia innovazione ed esportazioni, ma spinge verso la riduzione delle dimensioni aziendali, sostituendo il mercato con divieti e protezionismo“.
Il rischio più concreto, per Zipse, è una dipendenza strategica da catene di approvvigionamento localizzate fuori dall’Europa (leggasi in Asia). Da qui l’ennesimo richiamo al valore della neutralità tecnologica come stella polare del processo di decarbonizzazione della mobilità. La Germania? Per l’ad “rappresenta ancora un polo industriale centrale, ma sta perdendo terreno” in termini di competitività, anche per via del costi energetici e del lavoro in ascesa.
In effetti, lo scenario tedesco è a tinte fosche: secondo Hildegard Müller, presidente dell’associazione di settore Verband der Automobilindustrie (un consorzio che rappresenta oltre 620 aziende, tra cui case automobilistiche), “sulla base dei calcoli attuali, dobbiamo presumere che entro il 2035 andranno persi 225.000 posti di lavoro“. I lavoratori più colpiti sarebbero quelli automotive, un pilastro del tessuto industriale tedesco che ha già perso circa 100 mila lavoratori tra il 2019 e il 2025. A soffrire di più saranno i fornitori. Secondo Müller, la causa principale di questo disastro annunciato è la transizione dai motori termici alla mobilità elettrica. Politiche europee e bando delle endotermiche, da sole, metterebbero a rischio circa 50 mila posti. Va da sé che il crollo occupazionale tedesco e il ridimensionamento dell’industria teutonica genererebbero conseguenze nefaste a cascata in tutti i Paesi europei attivi nella fornitura ai colossi dell’auto della Germania. E l’Italia è in prima fila tra questi.
Per VDA, però, il problema è anche strutturale, legato a una persistente crisi di competitività della Germania e dell’Europa. “Le condizioni stanno peggiorando sensibilmente”, ha aggiunto Müller, che punta il dito contro il peso delle tasse, l’aumento dei costi energetici e del lavoro, nonché un’eccessiva burocrazia. Anche per Muller la soluzione per salvare il salvabile risiede in un approccio neutro, che rivaluti tecnologie come l’ibrido e i carburanti rinnovabili senza sottometterle ideologicamente all’auto elettrica. Appelli che, se non colti per tempo nei palazzi della politica, rischiano di mettere definitivamente al tappeto il sistema automotive continentale, già fiaccato dalla miopia dimostrata dal mondo politico negli ultimi anni.