Eurovision Song Contest 2026, perché per me la delusione della prima serata porta il nome di Sal Da Vinci
di Laura Ruzzante
Signore e signori, benvenuti al settantesimo Festival della Geopolitica Canora, meglio noto come Eurovision Song Contest. Una prima semifinale che è scivolata via con la rapidità di un decreto legge approvato a Ferragosto: alle 22:30 le 17 esibizioni erano già archiviate, alle 23:15 eravamo tutti liberi di interrogarci sul senso dell’esistenza o, più prosaicamente, su come sia possibile steccare così tanto in favore di camera. Ogni riferimento a Sanremo e alle sue maratone che terminano quando i panettieri iniziano il turno è, ovviamente, puramente casuale. Ma passiamo ai fatti, o presunti tali.
Il decalogo dei sopravvissuti
Passano il turno Grecia, Finlandia, Belgio, Svezia, Moldova, Israele, Serbia, Croazia, Lituania e Polonia. Un mix che va dal pop patinato al rumore molesto, con qualche punta di imbarazzo tecnico che farebbe impallidire un karaoke di provincia.
La Serbia ci ha regalato l’esibizione più devastante: un metal così potente che probabilmente ha fatto saltare le otturazioni ai delegati dell’EBU in prima fila. Applausi. Di segno opposto la Lituania: una sequenza di stecche così creative che a un certo punto abbiamo pensato fosse una performance di musica atonale d’avanguardia. Invece no, era solo mancanza di mira vocale o eccessiva emozione.
Il mistero della gioia anticipata
E poi c’è il capitolo Israele. Durante l’esibizione, il pubblico in sala ha manifestato il proprio dissenso con una coerenza che la politica internazionale si sogna. Ma il vero momento “ai confini della realtà” arriva con i risultati: la delegazione israeliana ha esultato con un tempismo che trovo sospetto, subito prima che venisse annunciato ufficialmente il passaggio del turno. Un caso di premonizione collettiva? Un eccesso di autostima? O forse qualcuno aveva già letto i messaggini del televoto sotto il banco? Ai posteri l’ardua sentenza, noi ci limitiamo a notare che, per coerenza, se si tiene dentro Tel Aviv tra le contestazioni, avrebbero dovuto riammettere anche la Russia. Ma la coerenza, si sa, all’Eurovision è merce rara quanto un vestito sobrio.
Il caso Sal Da Vinci: emozione o “Vandalo” vocale?
La delusione della serata porta il nome di Sal Da Vinci. Il brano, che su Spotify macina milioni di ascolti (il popolo è sovrano, finché non deve cantare dal vivo), è apparso completamente sottotono. Ho trovato Sal calante, a tratti decisamente stonato, come se la pressione del palco lo avesse schiacciato sotto il peso dei suoi stessi streaming. Vederlo arrancare così, dopo aver dominato le classifiche, è stato come vedere un fuoriclasse del dribbling inciampare sul pallone davanti alla porta vuota.
Spero vivamente che si tratti solo di un attacco acuto di emozione da live e che per la finale di sabato possa ritrovare la bussola. In caso contrario, il rischio è che l’unico “Vandalo” della situazione sia il fonico che ha dovuto bilanciare le sue incertezze.
Verso la seconda semifinale
Giovedì si replica. Altri dieci posti in palio per la finale di sabato, altre dieci occasioni per chiederci perché l’Europa abbia deciso di punire le nostre orecchie in nome della fratellanza tra i popoli. Restate sintonizzati, se non altro per vedere se la prossima delegazione esulterà direttamente durante le prove del mercoledì.