L’Amazzonia è sotto assedio: “C’è una governance criminale”. La filiera arriva anche in Europa
Il rombo degli aerei fa tremare le piccole abitazioni, fatte di palma e di legno, della riserva indigena di Kakataibo, nell’Amazzonia peruviana. Partono da cinque a otto voli al giorno. Ciascuno trasporta dai 300 ai 400 chili di droga (o meglio: cloridrato e pasta basica di cocaina). Vanno in Brasile o in Bolivia, a seconda del committente. “Siamo stanchi di contare i nostri morti mentre gli aerei continuano a decollare“, denuncia a metà aprile Marcelo Odicio Estrella, presidente della Federazione che riunisce le comunità della riserva (Fenacoka), ricordando 36 leader indigeni uccisi negli ultimi dodici anni. “Se lo Stato non entra fisicamente a distruggere le piste per noi non cambia nulla. Ogni rombo di motore che sentiamo all’alba ci ricorda che questa terra non è più nostra“, aggiunge Estrella. Da almeno cinque anni gli indigeni forniscono allo Stato peruviano le coordinate delle piste, ma nessuno interviene.
In quella zona, detta il “triangolo della morte” (tra le località di Ucayali, Huanáco e Pasco) le piste clandestine sono almeno 60. L’Amazzonia è invasa di piattaforme del genere, con almeno 1.260 nella foresta Brasiliana. E non solo. Nel polmone verde c’è anche un’impennate di strade illegali (almeno 4.700) e addirittura i fiumi, come il Napo (Ecuador), vengono usati come “corridoi” per l’estrazione mineraria. È quanto rileva il dossier Amazon Under Siege, recentemente pubblicato da Amazon Watch, organizzazione senza fini di lucro fondata nel 1996 secondo cui il 67% dei municipi dell’Amazzonia vedono la presenza “reti criminali” e “gruppi armati“, che mettono a rischio il 32% del territorio forestale. Nasce così una catena di violenza che, dal 2012, ha visto l’uccisione di oltre 1.800 ecoattivisti in America Latina mentre gli indigeni sono sottoposti a reclutamento forzato, schiavitù e tentativi di corruzione volti a frammentare e indebolire le comunità.
Il dossier denuncia anche la nascita di un sistema di “convergenza criminale” tra gruppi armati (Ejército de liberación nacional, Primeiro comando da capital e altre organizzazioni) che condividono le medesime rotte per il traffico di droga, oro, mercurio, legname ed esseri umani. Si tratta di “sistemi interconnessi , che controllano la terra, riscrivono le economie locali e promuovono una violenza senza precedenti“.
La complicità oltreoceano
La filiera criminale sconfina anche in Stati Uniti, Europa e Cina che insieme costituiscono “il nucleo della domanda che finanzia la governance criminale dell’Amazzonia“. Il “flusso delle attività criminali” entra infatti nel “sistema bancario legale” attraverso società di comodo utili a nascondere le tracce di “attività di estorsione e violenza territoriale“. Inoltre le imprese “falliscono nel loro dovere di ‘due diligence’, permettendo che il finanziamento di queste economie illecite possa fluire senza restrizioni”, spiega Raphael Hoetmer, direttore del programma per l’Amazzonia occidentale.
Succede soprattutto nelle industrie di tecnologia ed edilizia, che rispettivamente importano oro e legname dal polmone verde. Quanto all’oro Amazon Watch sottolinea che i Big Tech Usa “non riescono (o non vogliono) tracciare la vera origine del metallo“. D’altra parte l’oro estratto illegalmente in Paesi come Colombia ed Ecuador transita spesso in raffinerie del sud del Florida, perde ogni traccia criminale ed entra nelle filiere legali. Hoetmer aggiunge che “senza controlli severi nella filiera che connette l’Amazzonia con i mercati globali” i Paesi importatori resteranno “complici finanziari” della distruzione dell’Amazzonia. Il dossier riserva critiche nei confronti degli interventi militari e di polizia finalizzati a “smantellare le strutture”, senza però colpire le cause strutturali che nutrono le economie illecite.
Più autogoverno delle comunità indigene
Occorre invece “riconoscere, finanziare e rafforzare le autorità indigene“, da considerare come “elemento centrale nella strategia per affrontare il problema“. Lo rivendicano anche le comunità stesse che, nella dichiarazione di Pucallpa, sottoscritta il 24 febbraio da diverse organizzazioni e dagli autogoverni indigeni di Brasile, Colombia, Ecuador e Perù sostengono: “l’autonomia territoriale indigena è la risposta migliore alla crisi ambientale e sociale nell’Amazzonia”. I firmatari dicono “no” all’imposizione di progetti esterni ed “estranei alla loro volontà”.
Le comunità indigene cominciano anche a prendersi cura di spazi abbandonati dagli Stati, come accaduto in un posto di controllo abbandonato al confine tra il Brasile e il Perù. “Non siamo violenti. Stiamo soltanto difendendo i nostri territori“, afferma Jackeline Odicio, presidente della Federazione di donne della comunità di Kakataibo (Femuka). E i tempi stringono, là dove dal 1985 al 2023 l’Amazzonia ha visto distrutto il 12,5% della propria vegetazione e negli ultimi dodici anni la sola attività mineraria illegale ha provocato la perdita di 2 milioni di ettari di vegetazione.