La Cassazione: “Siano a carico del Ssn le rette delle Rsa per Alzheimer avanzato, stato vegetativo permanente o patologie neurologiche degenerative gravi”
“Tra il 27 e il 28 maggio 2026, la Corte di Cassazione ha depositato cinque ordinanze su casi distinti, tutte convergenti su un punto: chi ricovera in Rsa un familiare affetto da Alzheimer avanzato, da stato vegetativo permanente o da patologie neurologiche degenerative gravi ha diritto a che il Servizio Sanitario Nazionale copra l’intera retta”. A spiegarlo è una nota dell’associazione veronese di promozione sociale Noctua che sottolinea come la quota di compartecipazione che strutture e ASL hanno per anni richiesto alle famiglie non è dovuta.
La questione riguarda la cosiddetta lungoassistenza: la fase in cui il paziente non migliora né peggiora rapidamente, resta nella struttura per mesi o anni e le spese di ricovero continuano ad accumularsi. Le ASL chiamate in causa sostenevano che in questa fase trovasse applicazione automatica la ripartizione forfettaria dei costi al 50% prevista dalla tabella allegata al DPCM 29 novembre 2001, con metà della spesa di ricovero a carico di utente e/o del Comune. “La Cassazione ha chiarito che questa logica non regge quando le prestazioni erogate hanno ‘particolare rilevanza terapeutica’ e la componente sanitaria risulta inscindibile da quella assistenziale. In questi casi si applica l’articolo 3, comma 3, del DPCM 14 febbraio 2001: copertura totale a carico del fondo sanitario, ‘anche nelle fasi estensive e di lungoassistenza’ – spiega l’associazione veneta -. Il caso di riferimento è quello deciso con l’ordinanza n. 16601/2026 (R.G. 25695/2022, dep. 27 maggio 2026). La paziente, una donna veronese in stato vegetativo permanente da encefalopatia post-anossica, tetraplegica, tracheostomizzata, alimentata con sonda gastrostomica, è rimasta ricoverata in una struttura della provincia di Verona per quasi nove anni, dall’ottobre 2008 al marzo 2017. Le rette contestate ammontano a 169.408,85 euro (125.657,62 per il periodo ottobre 2008 – gennaio 2015 e 43.751,23 per il periodo febbraio 2015 – marzo 2017). Il Tribunale di Verona ha condannato la struttura a restituire 129.657,62 euro. La Corte d’Appello di Venezia ha confermato con sentenza n. 1818 del 3 agosto 2022. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell’ULSS n. 9 Scaligera”.
Poi c’è un’ordinanza relativa a una paziente con Alzheimer ricoverata in Emilia-Romagna, invalida al cento per cento, che “ha aggiunto un principio di rilievo: l’assenza di un piano terapeutico personalizzato formalmente redatto non esclude il diritto alla gratuità totale. La Cassazione ha riconosciuto che la gravità clinica dell’Alzheimer avanzato è documentata e nota; non occorre che ogni famiglia dimostri caso per caso l’intensità dell’assistenza ricevuta”. In primo grado la Cooperativa Proges era stata condannata a restituire 53.742,41 euro, la Cassazione ha ora confermato quella impostazione. Le altre tre ordinanze seguono lo stesso orientamento. “Sul piano pratico, le conseguenze sono due. I contratti di ricovero che pongono a carico dei familiari quote relative a prestazioni integralmente finanziate dal SSN sono nulli per violazione di norme imperative: non c’è causa giustificatrice, perché non si può assumere in via privata un’obbligazione che la legge assegna a un ente pubblico. Chi ha già pagato può chiedere la restituzione delle somme versate all’ASL territorialmente competente, agendo per indebito oggettivo ai sensi dell’articolo 2033 del codice civile. I termini di prescrizione ordinari decorrono da ogni singolo pagamento”, spiega ancora Noctua.
“La norma che impone la copertura totale da parte del SSN esiste dal 2001. Per vent’anni, ASL e strutture hanno applicato sistematicamente la ripartizione al 50% anche nei casi in cui era evidente che le prestazioni erogate fossero di natura sanitaria intensiva. Il caso veronese ha attraversato tre gradi di giudizio: in tutti e tre la famiglia ha ottenuto ragione. Ora la Cassazione ha chiarito il principio in modo netto, con cinque pronunce in quarantotto ore. Le famiglie che si trovano in questa situazione hanno argomenti solidi per agire”, commenta l’avvocato Maria Luisa Tezza dell’Ufficio Legale di Noctua APS. “Siamo soddisfatti che la Suprema Corte abbia confermato con chiarezza un principio che tutela le famiglie in una delle situazioni più difficili: quella di chi ha un congiunto gravemente malato e si trova a dover sostenere costi che la legge assegna al servizio pubblico”, aggiunge il presidente dell’associazione, Letizia Lanzi.