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“La libertà di stampa nel mondo al livello più basso degli ultimi 25 anni”. E l’Italia sprofonda al 56° posto: il report di Rsf

Nel suo annuale rapporto Reporters sans frontières fotografa una situazione drammatica per i media nel mondo. Gli Usa perdono (come l'Italia) sette posizioni
“La libertà di stampa nel mondo al livello più basso degli ultimi 25 anni”. E l’Italia sprofonda al 56° posto: il report di Rsf
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“La libertà di stampa nel mondo ha raggiunto il suo livello più basso da 25 anni”. A lanciare l’allarme è Reporters sans frontières (Rsf), Ong con sede a Parigi, nel World Press Freedom Index 2026, il report annuale sullo stato di salute dei media a livello globale. La classifica viene stilata in base a cinque indicatori: economico, legale, securitario, politico, sociale. “Quello maggiormente in calo quest’anno riguarda la cornice legale”, sottolinea la direttrice editoriale di Rsf, Anne Bocandé. Preoccupante è anche la situazione in Italia che è passata dal 49esimo posto nel 2025 al 56esimo (superata, tra le altre, dalla Costa d’Avorio, dal Ghana e dal Gambia).

Tra i principali problemi per la Penisola c’è la minaccia di organizzazioni mafiose verso i giornalisti, così come di gruppi estremisti. Il resoconto parla però anche del “tentativo della classe politica di ostacolare la libera informazione in materia giudiziaria con una ‘legge bavaglio‘”.

”La libertà di stampa in Italia continua ad essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, in particolare, nel sud del Paese”, si legge nel report. Per questo l’Ong ricorda che una ventina di giornalisti vivono sotto protezione permanente della polizia a seguito di intimidazioni o aggressioni. Ma a preoccupare è anche la situazione politica del Paese. “I professionisti dei media ricorrono talvolta all’autocensura, sia per via della linea editoriale della propria testata sia per timore di potenziali azioni legali come le cause per diffamazione“.

Una situazione, sottolinea il rapporto, che si aggrava per i giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria. Il riferimento è alla “legge bavaglio”, “approvata dalla maggioranza della premier Giorgia Meloni“. Si tratta dell’insieme di norme, approvate definitivamente a fine 2024 (d.lgs. 198/2024), che vietano la pubblicazione integrale o per estratto delle ordinanze di custodia cautelare fino al termine delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare. Da Rsf sottolineano anche l’aumento delle querele Slapp, ovvero le cause temerarie. “Lo sprofondamento dell’Italia è lo specchio di una situazione di grande sofferenza della libertà di stampa nel nostro Paese. La libertà di informazione viene rispettata solo a parole, nei fatti continua ad essere penalizzata sia dal punto di vista legislativo sia da quello economico”. Così ha commentato Alessandra Costante, segretaria generale Fnsi.

Rsf nel suo resoconto annuale fa poi riferimento anche alla Rai: “La principale emittente pubblica del Paese, sta subendo crescenti interferenze dirette volte a trasformarla in uno strumento di comunicazione politica al servizio del governo“. La Ong fa riferimento anche a una “certa paralisi legislativa” che ostacolerebbe di adottare norme che potrebbero tutelare e migliorare la situazione della stampa italiana. Una condizione resa anche peggiore dalle condizioni contrattuali dei lavoratori nel mondo dei media. Una crescente precarietà che “sta minando pericolosamente il giornalismo, il suo dinamismo e la sua indipendenza”.

Il contesto italiano si inserisce comunque in una situazione globale preoccupante. Per Rsf, più della metà dei Paesi (52,2%) è in una situazione “difficile” o “molto grave”: un dato in drastico aumento in 25 anni, considerando che nel 2002 erano appena il 13,7%. Ad oggi solo l’1% della popolazione mondiale può vantarsi di vivere in un Paese dove la condizione della stampa è definibile come “buona”. Al primo posto dei virtuosi c’è la Norvegia, a cui fanno seguito Paesi Bassi ed Estonia. Al contrario invece nella classifica all’ultimo posto compare l’Eritrea, alla 180esima posizione per il terzo anno di seguito. Sopra lo Stato africano si trovano Corea del Nord (179esima) e Cina (178esima).

La rimonta più importante è della Siria post-Assad che nel 2026 ha scalato 36 posizioni sull’anno precedente. Mentre invece il calo più marcato nel 2026 (-37 posizioni) si registra per il Niger (120ª posizione). Il ripetersi dei conflitti non aiuta e il report ricorda ad esempio la guerra in Palestina per la quale a Gaza, dall’ottobre 2023, sono stati uccisi da Israele più di 220 giornalisti. Ma il problema non sono solo gli scontri armati: “Lo sviluppo di arsenali legislativi sempre più restrittivi, in particolare, legati alle politiche di sicurezza nazionale sta erodendo, dal 2001, il diritto all’informazione, democrazie incluse”, avverte Rsf.

Tra le democrazie più colpite infatti ci sono gli Stati Uniti che hanno perso – come l’Italia – sette posizioni sul 2025 (64esimo posto), ritrovandosi in classifica tra Botswana e Panama. Vittima dell’effetto Donald Trump, il Paese “ha reso sistematici gli attacchi regolari contro la stampa e i giornalisti”. Nel report viene citato ad esempio il giornalista salvadoregno Mario Guevara, arrestato e poi espulso nell’ottobre 2025. Rsf mette anche in guardia sulla riduzione del personale della US Broadcasting Corporation (USAGM), che ha portato al ridimensionamento di emittenti importanti anche a livello internazionale come Voice of America (VOA), Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) e Radio Free Asia (RFA). Si tratta di media che spesso rappresentano l’unica voce libera e affidabile nei Paesi in cui operano. “Fino a quando tollereremo l’asfissia del giornalismo, gli ostacoli sistematici ai giornalisti e l’erosione continua della libertà di stampa?”, si chiede Anne Bocandé.

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