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“Come se il nostro dolore avesse un prezzo”, l’indignazione del padre di una vittima svizzera di Crans sul caso delle fatture inviate all’Italia

La lettera pubblicata da Tg24 accende il caso dopo la tragedia di Crans-Montana: “Non è stato il destino, ma gravi carenze sul suolo svizzero”
“Come se il nostro dolore avesse un prezzo”, l’indignazione del padre di una vittima svizzera di Crans sul caso delle fatture inviate all’Italia
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La disputa tra Italia e Svizzera sulle fatture per le cure prestate ai feriti della tragedia di Crans-Montana si carica di una dimensione ancora più profonda e dolorosa. Non è più soltanto una questione di accordi sanitari internazionali o di rimborsi tra Stati, ma un confronto che tocca direttamente il senso di giustizia e umanità percepito dalle famiglie coinvolte. Non c’è solo l’indignazione dei parenti dei ragazzi e delle ragazze feriti nel devastante incendio del Constellation, di cui sono state messe a disposizione i filmati delle telecamere interne che erano stati segretati -: riaccendere il dibattito è una lettera, raccolta e pubblicata da Tg24, scritta dal padre di uno dei ragazzi presenti quella notte. Un testo che non riassume, non media, ma esprime in forma diretta e integrale lo stato d’animo di chi si trova a fare i conti con la perdita e, insieme, con le richieste economiche arrivate dopo la tragedia.

“Sono il padre di Trystan. Ma quella notte sono diventato il padre delle 156 vittime dell’incendio della Constellation. Perché siamo diventati una famiglia. E devo dire quello che provo quando apprendo che la Svizzera invia fatture ospedaliere allo Stato italiano dopo quello che è successo quella notte a Crans-Montana. Mio figlio. E con lui, altri centocinquantacinque ragazzi. Dei figli che erano venuti a trascorrere qualche giorno sulle Alpi, spensierati, pieni di vita. In pochi minuti, tutto è crollato. Alcuni sono stati assistiti solo per poche ore, prima di essere trasferiti nella notte. E per quelle ore, arriva una fattura. Allo Stato. Come se potesse essere contabilizzato. Come se il nostro dolore avesse un prezzo – ragiona l’uomo nel suo intervento – Capisco che non si possa aprire una breccia in cui ogni madre, ogni padre in lutto possa reclamare lo stesso. Ma questa tragedia non è un incidente ordinario. Dietro queste 156 vittime ci sono anni di gravi mancanze, negligenze documentate, controlli che non sono stati effettuati. Non è stato il destino a colpire quella notte. Sono state delle gravi carenze sul suolo svizzero. Non siamo di fronte a uno sciatore che si è rotto una gamba su una pista. Questo non può essere trattato allo stesso modo. La Svizzera forse non è responsabile di tutto. Nessuno lo dice. Ma quando una tragedia di questa portata colpisce famiglie italiane sul suo territorio, ci si aspetta qualcosa di più che righe di fatturazione. Ci si aspetta un gesto umano, all’altezza di quello che stiamo vivendo.”

Parole che si inseriscono in uno scontro già aperto tra Roma e Berna. Da una parte, la Svizzera ribadisce la necessità di rispettare gli accordi sanitari e di ottenere il rimborso delle cure erogate. Dall’altra, l’Italia contesta modalità e opportunità di richieste arrivate in un contesto così drammatico.

La lettera sposta il baricentro del confronto: non più soltanto norme e procedure, ma il significato stesso di applicarle in un caso che, come scrive il padre, “non è un incidente ordinario”.

E mentre la diplomazia cerca una sintesi, resta aperta una domanda che va oltre i bilanci: se, davanti a una tragedia di questa portata, basti davvero una fattura.

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