Il 26 febbraio alla
Casa Bianca c’è stato l’ultimo incontro nella ultima Situation Room per decidere se attaccare o meno l’
Iran. Dopo un’ora e mezza di discussioni
Donald Trump ha concluso la riunione dicendo: “Penso che dobbiamo farlo”. Il giorno dopo, a bordo dell’
Air Force One, il presidente ha impartito l’ordine: “L’Operazione
Epic Fury è approvata. Buona fortuna”. Il 28 febbraio la prima bomba è caduta sul suolo iraniano. Ma come si è arrivati a questa decisione? Secondo una ricostruzione del
New York Times, il primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu ha avuto un peso fondamentale in questa scelta, promettendo una
guerra facile. I funzionari americani, contrari all’attacco, si sono fidati dell’istinto di Trump che però
dopo due settimane di scontri non ha conseguito nemmeno uno degli obiettivi prefissati.
L’11 febbraio, lontani da telecamere e giornalisti, i funzionari di Stati Uniti e Israele si sono riuniti per parlare di Iran, scrive il quotidiano americano. Con Netanyahu c’erano David Barnea, direttore del Mossad, e alcuni ufficiali militari di Tel Aviv. Dall’altro lato, di fianco a Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e quello alla Difesa Pete Hegseth, il generale Dan Caine, John Ratcliffe, direttore della Cia, Jared Kushner, genero e consigliere del presidente, e l’inviato speciale Steve Witkoff.
Con questi retroscena il
New York Times ha anticipato il racconto che sarà presente nel libro
Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump, di
Maggie Haberman e
Jonathan Swan. Per un’ora Netanyahu ha provato a convincere Trump che l’Iran fosse pronto per un cambio di regime. Tra le diapositive a supporto c’era anche un breve video che mostrava i potenziali nuovi leader per il Paese mediorientale in caso di caduta degli
ayatollah. Le previsioni degli israeliani contavano su una vittoria certa, convinti che il programma missilistico iraniano sarebbe stato distrutto in poco tempo, il regime messo in ginocchio e
lo Stretto di Hormuz tenuto sotto controllo. La possibilità che l’Iran potesse colpire i Paesi arabi era considerata minima. Tutto questo, secondo Netanyahu, solo se si fosse attaccato subito per evitare che la Guida Suprema
Ali Khamenei rafforzasse le difese del Paese.
Come racconta il Nyt, il presidente americano è rimasto impressionato dalle promesse di Israele. “Mi sembra un’ottima cosa”, ha detto Trump parlando della possibile operazione congiunta con Tel Aviv. A convincerlo sarebbe stato soprattutto il Mossad con la promessa di alimentare le proteste di piazza in Iran e fomentarle a rovesciare il regime con il supporto dei bombardamenti. Dalla ricostruzione emerge anche che era stata considerata la possibilità di servirsi dei combattenti curdi per invadere l’Iran dall’Iraq, aprendo così un fronte di terra e accelerando il crollo della Repubblica islamica.
Secondo la Cia e il suo direttore Ratcliffe, i piani presentati da Israele erano “farseschi“. Una tesi supportata da un’indagine di intelligence presentata a Trump. “Generale, cosa ne pensa?”, ha detto il tycoon rivolgendosi a Caine. “Signor presidente – ha risposto il militare – per esperienza so che questa è la prassi standard per gli israeliani. Esagerano con le promesse e i loro piani non sono sempre ben definiti. Sanno di aver bisogno di noi, ed è per questo che insistono tanto”.
Pochi giorni prima l’inizio del conflitto, gli israeliani hanno discusso con gli americani di un’occasione senza precedenti: Khamenei si sarebbe incontrato in superficie con gli alti funzionari del regime. Trump però, prima di dare l’assenso al bombardamento in cui poi è morta la Guida Suprema, ha cercato un’ultima via per l’accordo.
Quella stessa settimana Kushner e Witkoff erano nel pieno dei tre cicli negoziali in Oman e Svizzera con Teheran sulla questione del nucleare. I due funzionari americani hanno offerto agli iraniani combustibile nucleare gratuito per tutta la durata del loro programma, per capire se l’insistenza iraniana sull’arricchimento fosse motivata dalla necessità di energia civile o dalla volontà di costruire
una bomba atomica. Un test fallito quando gli iraniani hanno rifiutato l’offerta definendola un attacco alla loro dignità.