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“Crisi energetica peggiore di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme”. Dopo gli attacchi a Kharg petrolio oltre i 115 dollari a barile

Il direttore della International Energy Agency spiega che “il mondo non ha mai sperimentato un’interruzione dell’approvvigionamento energetico di tale portata”. Lunedì la compagnia statale dell'Arabia saudita, Saudi Aramco, ha annunciato sovrapprezzi senza precedenti sulle sue forniture all'Asia e all'Europa
“Crisi energetica peggiore di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme”. Dopo gli attacchi a Kharg petrolio oltre i 115 dollari a barile
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Due settimane fa aveva parlato della “più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia”. Ora, di fronte alla continua escalation militare degli Stati Uniti e a poche ore dalla scadenza dell’ennesimo ultimatum di Donald Trump all’Iran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, Fatih Birol specifica che la crisi causata dagli attacchi di Usa e Israele contro Teheran è “più grave di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme”. Peggio che negli anni dell’austerity seguiti alla guerra del Kippur, dunque, e molto peggio che dopo l’invasione russa dell’Ucraina. In un’intervista a Le Figaro pubblicata lunedì, il direttore della International Energy Agency spiega che “il mondo non ha mai sperimentato un’interruzione dell’approvvigionamento energetico di tale portata”. I paesi più esposti alle conseguenze della crisi nel Golfo, con il blocco dello stretto di Hormuz che mette sotto pressione l’intera architettura degli approvvigionamenti globali, sono quelli in via di sviluppo, dove l’aumento dei prezzi dei combustibili rischia di tradursi rapidamente in instabilità economica e sociale.

I paesi membri dell’Agenzia hanno già iniziato a rilasciare parte delle riserve strategiche per contenere lo choc, ma il processo è ancora in corso e, da solo, difficilmente potrà compensare una perturbazione simultanea delle rotte marittime e della capacità di esportazione iraniana. Parallelamente, l’Aie sta lavorando con i governi per coordinare misure di emergenza per ridurre la domanda: più lavoro da casa in modo da ridurre i consumi di carburante, limitazione dei viaggi aerei per lavoro, abbassamento dei limiti di velocità in autostrada, promozione del trasporto pubblico, limitazione della circolazione delle auto private con interventi come le targhe alterne.

Intanto le evoluzioni sul campo continuano a produrre rialzi dei prezzi dell’energia: le forze statunitensi martedì hanno colpito altri 50 obiettivi sull’isola di Kharg, il principale hub di esportazione del petrolio iraniano, la cui compromissione riduce ulteriormente l’offerta globale proprio mentre le rotte nel Golfo sono sotto pressione. La reazione dei mercati è stata immediata. Il West Texas Intermediate ha superato in mattinata i 115 dollari al barile, mentre il Brent è salito oltre i 110. Poi entrambi hanno ripiegato.

Non aiuta che lunedì l’Arabia Saudita abbia alzato i prezzi del greggio a livelli mai visti: la compagnia statale Saudi Aramco, alla luce della necessità di riorganizzare le rotte e deviare parte dei carichi, ha annunciato che sul suo greggio Arab Light applicherà per le forniture all’Asia un sovrapprezzo di 19,5 dollari al barile rispetto al prezzo di riferimento del mercato Oman-Dubai: è un record storico. E in Europa i clienti dovranno pagare tra 24 e 30 dollari sopra il Brent.

Domenica gli otto principali Paesi produttori di petrolio hanno concordato un aumento delle quote di produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. Ma l’aumento deciso rischia di restare sulla carta visto che con la guerra in Iran si sono interrotte le esportazioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq: gli unici che potrebbero aumentare in maniera importante l’output.

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