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Gli 80 anni di Arrigo Sacchi: i trionfi col Milan, il legame con Berlusconi e le ombre del suo integralismo

Il tecnico di Fusignano ha rivoluzionato il calcio italiano nel suo quadriennio rossonero, per poi soccombere alla guida della Nazionale. I suoi principi e le sue idee spaccarono l'opinione pubblica
Gli 80 anni di Arrigo Sacchi: i trionfi col Milan, il legame con Berlusconi e le ombre del suo integralismo
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Ha rivoluzionato il calcio italiano ed è stato il front man delle fortune in politica di Silvio Berlusconi: i trionfi dell’uomo di Fusignano, che dal 1987 al 1991 portò in dote a Milanello due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, due Supercoppe Uefa, uno scudetto e una Supercoppa di Lega, furono sicuramente il motore dell’ascesa del Cavaliere. Arrigo Sacchi compie 80 anni il aprile e non è uno scherzo: come lui, altri personaggi celebri del calcio, vedi Giancarlo Antognoni, Roberto Carlos, Clarence Seedord, Roberto Pruzzo e Alberto Zaccheroni, quest’ultimo uno dei discepoli più devoti dell’ex rappresentante di scarpe per l’azienda di famiglia.

Un passato da mediocre difensore di Fusignano e Baracca Lugo, una carriera di allenatore iniziata a Fusignano nel 1973, fino al 1987 guida Alfonsine, Bellaria, Cesena (Primavera), Rimini, Fiorentina (giovanili) e Parma, dove nel biennio 19851987 seduce Berlusconi: re Silvio mette alla porta Nils Liedholm e gli affida il Milan. Il 1987 è l’anno decisivo: Arrigo sbarca a Milanello e fa la rivoluzione, grazie alle idee ispirate dal calcio olandese, ai metodi di allenamento innovativi – i famosi coni colorati usati in campo al posto del pallone – e al pugno di ferro del Berlusca che lo impone quando, all’inizio, i risultati sono altalenanti. Sacchi è stato innovativo anche per le novità apportate al vocabolario calcistico: le “diagonali”, l’”intensità”, le “ripartenze” hanno il suo copyright, anche se riguardo le ultime si potrebbe obiettare che trattasi del vecchio contropiede all’italiana in versione moderna. L’uso del fuorigioco è un altro principio tattico riconducibile a Sacchi, ma pure qui, per dovere di cronaca, va ricordato che il primo a proporlo fu il brasiliano Vinicio negli anni Settanta a Napoli, mentre il pioniere del possesso palla fu, a Terni, Corrado Viciani.

Sacchi ha ballato ad alti livelli per nove anni: il quadriennio rossonero e il quinquennio da ct della Nazionale, dove fu quasi imposto da Berlusconi quando gli olandesi del Milan, in particolare Van Basten, esasperati dai metodi di Arrigo, dissero “o lui, o noi”. Il Cavaliere scelse gli olandesi e affidò la conduzione dei rossoneri a Fabio Capello, che trascinò la squadra verso nuovi trionfi, pur non potendo contare, dal 1993, sull’immenso talento di Van Basten, costretto a un precoce ritiro. Anche qui, la cronaca s’impone: i successi dell’era-Capello dimostrano che la reale forza di quel Milan furono i campioni. Senza di loro, gli olandesi in particolare, ma anche Baresi, Maldini, Donadoni e Costacurta, è lecito pensare che forse Sacchi non sarebbe diventato il profeta del nuovo calcio italiano.

La Nazionale di Arrigo non raggiunse mai i picchi di gioco del Milan, ma sappiamo che il mestiere del ct è diverso da quello dell’allenatore di club. Sacchi cercò di imporre ugualmente il suo verbo, ma il suo integralismo si rivelò fatale in due occasioni. Nella finale mondiale di Usa 1994 rinunciò a Beppe Signori, in quel momento il miglior attaccante italiano: Arrigo voleva imporgli compiti diversi da quelli abituali e il giocatore della Lazio, che rifiutò, quella domenica andò in panchina. Un suicidio. Negli europei del 1996, quelli in cui, secondo l’allora presidente federale Antonio Matarrese, avremmo dovuto spegnere le luci di Wembley, la sconfitta nella seconda gara, contro la Repubblica Ceca, frantumò i sogni di gloria. Dopo il 2-1 sulla Russia, Sacchi fece un turn over massiccio – cambiò cinque giocatori – e l’Italia perse. Un peccato di presunzione, che ci portò per inerzia al pareggio contro la Germania, futura vincitrice del torneo. Contro i tedeschi, Zola si fece parare un rigore e l’Italia annegò. Sbagliare un penalty rientra negli imprevisti del calcio, cambiare mezza squadra prima di aver ottenuto la qualificazione è un errore imperdonabile.

La guida azzurra ha chiuso la carriera di Arrigo ad alti livelli. Il suo ultimo trofeo risale al 1990: aveva solo 44 anni. Poi, di nuovo Milan (male), Atletico Madrid (esonero dopo sette mesi), il ritiro, un fugace ritorno a Parma e l’addio definitivo alla panchina per ragioni di stress. Da dirigente ha lavorato nel Parma, nel Real Madrid e in federazione (2010-2014), dove, nel ruolo di coordinatore delle nazionali giovanili, piazzò tutti i suoi uomini.

Fedelissimo di Berlusconi – gli va riconosciuto di non aver mai cambiato posizione -, ha lavorato per diversi anni a Mediaset come commentatore e alla Gazzetta dello Sport. Non ha mai ceduto di un millimetro sui suoi principi tecnicotattici, ai quali si sono ispirati il primo Ancelotti e Pep Guardiola. Il problema è stato lo sciagurato tentativo di migliaia di imitazioni, con gli allenatori dei settori giovanili che, in nome della tattica, hanno trascurato il principio base del calcio: la tecnica. Altro che la Settimana Enigmistica. Gli anni d’oro spaccarono l’opinione pubblica, anche nella sua immagine di simbolo del berlusconismo. Il giornalista Giancarlo Padovan ha raccontato il clima di quel periodo nel libro “Abbasso Sacchi, viva Sacchi” pubblicato nel 1995.

Gli va riconosciuto, nella celebrazione del suo ottantesimo compleanno, di aver tolto la polvere al calcio italiano e di aver regalato, con il suo Milan, una delle squadre più belle e spettacolari di tutti i tempi. È stato un futurista, un visionario, ma nei momenti clou, proprio le sue visioni gli hanno offuscato la mente. Quando l’integralismo si sovrappone ai principi, non è mai una buona cosa: nel calcio e in tutti gli aspetti della vita.

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