Il riformismo nella sinistra italiana è un conservatorismo mascherato: cara Schlein, la sveglia suona
di Serena Poli
C’è un elefante nella stanza della sinistra italiana, ormai impossibile da ignorare: si chiama riformismo.
Osservando la fauna che oggi si fregia di appartenere a tale corrente, ci si accorge che è in realtà un conservatorismo sotto mentite spoglie: sono i custodi dello status quo che occupano abusivamente lo spazio della sinistra per renderlo irrilevante e innocuo.
La sera di venerdì 6 marzo, un magistrale Crozza ha narrato la fusione tra Margherita e Ds che, in un sol colpo, ha fatto nascere il Pd e ucciso la già agonizzante sinistra italiana. Un’operazione che ha permesso a schiere di democristiani di legittimarsi come progressisti, mettendo una pietra tombale sull’identità socialista. Ma il lento avvelenamento della sinistra ha mandanti, e radici, lontanissimi nel tempo.
I documenti di WikiLeaks rivelano che la nascita del Pd fu caldeggiata oltreoceano per garantire una sinistra ‘ammaestrata’, ma questo è solo l’approdo di una strategia, iniziata negli anni ’50 con i finanziamenti occulti dell’ambasciata Usa per spaccare l’unità sindacale foraggiando Cisl e Uil in funzione anti-Pci, e proseguita con Gladio. Quando poi il cambiamento provò a farsi istituzionale, fu il sangue di Aldo Moro a fermare tutto. Qualche anno dopo, la crisi di Sigonella segnò il definitivo divorzio con Washington: gli Usa tolsero ogni protezione internazionale a quella classe dirigente insubordinata, lasciandola cadere senza paracadute nel tritacarne di Mani Pulite. Lo stesso Craxi, nel suo celebre discorso alla Camera del 3 luglio 1992, parlò di un sistema che era stato tollerato e foraggiato finché era funzionale agli equilibri della Guerra Fredda.
Nacque così una nuova classe dirigente più malleabile.
La genesi del riformismo attuale muove da quelle stesse macerie: un ceto politico che non ha più bisogno di minacce per obbedire. Mentre l’Aspen Institute ha educato Meloni a un sovranismo da salotto, la galassia Elnet blinda i riformisti del Pd. È in questi centri di potere che si detta l’agenda e vengono prodotti mostri giuridici come il ddl Delrio, volto a sanzionare la critica politica e silenziare il dissenso su un genocidio tuttora in corso.
Questi personaggi oggi fanno opposizione all’opposizione. Abbiamo visto ad esempio la vicepresidente del Parlamento Europeo farsi strumentalizzare per la propaganda referendaria a Radio Atreju. Sentendosi attaccata, ha poi parlato di pluralismo, ma ha solo mostrato la vera sostanza di questo riformismo: una forma di collaborazionismo travestito da galateo istituzionale. Occorre invece tornare a Karl Popper e al suo Paradosso della Tolleranza: l’idea che “possiamo non essere d’accordo ed essere comunque amici” vale se discettiamo di pizza con l’ananas o dei biscotti da usare nel tiramisù, ma non può applicarsi sui principi fondanti della democrazia o sui diritti umani.
La verità è che la storia non la cambiano i moderati: se Rosa Parks fosse stata moderata, si sarebbe alzata da quel sedile con un sospiro. I cambiamenti richiedono il coraggio di essere radicali, un attributo che oggi, non a caso, viene strumentalmente equiparato all’estremismo.
Elly Schlein oggi è a un bivio: o trova il coraggio di affrancare il Pd da quell’eredità di partito ‘nato per non disturbare’ (liberandolo dalla zavorra del riformismo), o non avrà i voti necessari per vincere e tra pochi anni ci ritroveremo Meloni non più a Palazzo Chigi, ma al Quirinale con pieni poteri, quando giusto in questi giorni abbiamo potuto ammirarla in tutta la sua mancanza di coraggio politico: dall’inizio della guerra innescata da Usa e Israele è sparita, salvo un paio di monologhi in salotti filogovernativi, nei quali comunque l’abbiamo vista parlare a bassa voce, in evidente difficoltà, come se stesse camminando sulle uova.
Cara Schlein, la sveglia suona. Vuoi veramente lasciare pieni poteri a una premier che ha urlato tutta la vita e che ha smesso di farlo proprio quando avrebbe dovuto iniziare?