Bosnia-Italia è la partita del decennio: per gli azzurri è il bivio più importante degli ultimi 12 anni
In uno stadio con 15.600 posti certificati, con la capienza ridotta del venti per cento dalla Fifa dopo i cori discriminatori in occasione di Bosnia–Romania del 15 novembre 2025 – incredibile che in una terra martoriata come questa accadano certe cose -, l’Italia giocherà a Zenica, 70 km di distanza da Sarajevo, la partita del decennio. Dopo aver bucato due qualificazioni mondiali di fila – Russia 2018 e Qatar 2022 -, con tutto il rispetto per la finale europea di Wembley dell’11 luglio 2021, quella del 31 marzo è la gara più importante degli ultimi dodici anni. Gli azzurri affrontano una squadra al 66° posto del ranking Fifa. Il successo ai rigori di Cardiff contro il Galles ha permesso di recuperare cinque posizioni, ma Venezuela (49°) e Burkina Faso (62°), per dire, stanno messi meglio rispetto a Dzeko e i suoi fratelli.
Dall’1-0 a favore dell’Uruguay del 24 giugno 2014 in Brasile, in cui l’Italia giocò l’ultima partita in un campionato mondiale, al match di Zenica del 31 marzo 2026, il calendario dice che c’è un vuoto di 4.298 giorni. Dopo il ko di Natal, si dimisero il presidente federale Abete e il ct Cesare Prandelli, che pure aveva condotto l’Italia alla finale europea di due anni prima persa con la Spagna e aveva avviato l’opera di ricostruzione dopo il disastro della spedizione “lippiana” in Sudafrica nel 2010. Al vertice del calcio, fu eletto Carlo Tavecchio, mentre in panchina arrivò Antonio Conte. I quarti di finale raggiunti nell’euro 2016 illusero l’ambiente che il peggio fosse alle spalle: l’Italia uscì ai rigori contro la Germania, dopo gli errori grossolani della coppia Pellé–Zaza, tanto per ricordare il miracolo che aveva compiuto l’attuale tecnico del Napoli.
Dopo l’addio di Conte, che volò a Londra per assumere la guida del Chelsea, la nazionale fu affidata a Giampiero Ventura e il bluff della rinascita fu presto smascherato. Nel novembre 2017, l’Italia fu bocciata ai playoff dalla Svezia. La vergogna e la rabbia di quei giorni provocarono l’ennesimo ribaltone: nuovo presidente federale (Gabriele Gravina), nuovo ct (Roberto Mancini). Il titolo europeo conquistato nel 2021, con il trionfo dal dischetto a Wembley contro l’Inghilterra, rappresentò una nuova illusione. Nel giro di pochi mesi, i rigori sbagliati da Jorginho contro la Svizzera e il suicidio di Palermo nella semifinale playoff contro la Macedonia del Nord, stroncarono i sogni di una nazione per la seconda volta di fila. Perché poi questa è la verità: con 34 milioni di persone che seguono il calcio (studio OMG-Lega calcio del 2024), mancare l’appuntamento con il mondiale è un lutto collettivo.
Stavolta, in caso di terza stroncatura consecutiva, disastro mai avvenuto con le nazionali che hanno conquistato il titolo almeno una volta – l’Italia divide la seconda piazza a quota 4 con la Germania, dietro al Brasile che ha trionfato in 5 edizioni -, sarà ancora peggio. Non è solo una questione di prestigio – e anche questo fattore indubbiamente conta -, di orgoglio, di passione e di nazionalismo – parola da maneggiare sempre con cautela -: il conto sarà salato anche in termini economici, a partire dalla federazione che dovrà rinunciare alla torta prevista con la partecipazione al Mondiale (30 milioni come base di partenza) e vedrà ritoccati, in basso, tutti i contratti pubblicitari. L’ultimo bilancio ha registrato quasi 7 miliardi di ricavi diretti e un impatto sul Pil italiano di 12,4 mld, con un ritorno in termini fiscali e previdenziali, limitatamente all’area professionistica, pari a 20,5 euro per ogni euro investito. I tesserati sono 1,5 milioni, di cui 900 mila impegnati nell’attività giovanile, ma il calcio deve fronteggiare la concorrenza del fenomeno tennis in grande ascesa e con quella di altre discipline emergenti.
Nel suo discorso di fine 2025, il presidente federale Gravina ha detto: “Vogliamo che il calcio diventi un vero e proprio motore di cambiamento, capace di produrre valore duraturo, materiale e immateriale, per la comunità. Inclusione, valorizzazione dei giovani, educazione, tutela della salute e dell’ambiente sono alcuni dei temi che fanno oggi del calcio una piattaforma sociale senza eguali”. Belle parole, ma servono i fatti e, soprattutto, i risultati. Il nostro calcio è combinato male, soprattutto a livello tecnico: questi giorni il concetto ci è stato sbattuto in faccia in lungo e largo. Il sito della BBC ha dedicato un report al declino del nostro calcio. I nordirlandesi hanno tenuto sotto scacco l’Italia a Bergamo per 55 minuti. L’ex Roma, Inter e Fiorentina Edin Dzeko, che conosce bene il nostro campionato per averlo frequentato nove anni, ha dato l’ultimo colpo di piccone: “Se l’Italia aveva paura del Galles, al punto da festeggiare il nostro successo a Cardiff, non sta messa troppo bene. Ci sono ancora buoni giocatori, ma non ci sono più i Totti e i Del Piero”.
Perché poi, al netto di tutto, è questo il problema: la mancanza di talenti. Chi ha fantasia ed estro, viene ingabbiato dal tatticismo imperante nei settori giovanili, veri responsabili dello scempio tecnico. Il “sacchismo”, con tutto il rispetto per Arrigo Sacchi che il 1° aprile compie 80 anni, ha fatto danni profondi. L’Italia ha in ogni caso qualche carta importante da giocarsi per partecipare al primo mondiale a 48 squadre. Donnarumma è uno dei migliori portieri al mondo. Tonali – il migliore contro l’Irlanda del Nord – e Calafiori hanno superato bene il test d’ingresso in Premier. Dimarco è il miglior mancino in circolazione. Pisilli, Pio Esposito e Palestra hanno le qualità per imporsi a livello internazionale. Gattuso sembra intenzionato a riproporre la formazione iniziale schierata a Bergamo. Non pare una buona idea dopo quello che si è visto per 55’, ma probabilmente il ct ha scelto la linea della fiducia nei confronti di chi (Retegui) nel momento peggiore delle qualificazioni ha trascinato la squadra e si affida all’esperienza (Barella).
È scontato che in partite delicate come quella contro la Bosnia la maturità e i nervi saldi siano determinanti, ma anche lo stato di forma e la freschezza atletica, rappresentati dal trio Esposito-Pisilli-Palestra, non possono essere sottovalutati. Vince, di solito, chi sta meglio, corre di più ed è più affamato. Il bilancio degli scontri diretti è a favore degli azzurri: 4 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta nei 6 precedenti. Un motivo in più per affrontare questa sfida con rispetto, ma anche senza paura. “Non deve mancare lo spirito e il campo non può rappresentare un alibi. Vogliamo dare una gioia agli italiani”, dice Gattuso. La meritano soprattutto i giovani: gli Under 18 non si sono mai goduti la nazionale al Mondiale.