Scontro tra Kings League e club italiani, Grassani: “Le società possono dire no, i calciatori sono lavoratori. Ma un patto tra le parti è la soluzione migliore”
La crescita della Kings League, competizione a “metà tra calcio e intrattenimento” ideata da Gerard Piqué e diffusa ormai in tutto il mondo, sta creando qualche problema al calcio dilettantistico italiano. Sempre più giocatori, attratti dalla visibilità e dalle opportunità offerte dal nuovo format, scelgono di prendervi parte, mettendo però in difficoltà i club Figc di appartenenza. “Il problema esiste tra Kings League e club dilettantistici o tra questi ultimi e i propri calciatori, che sempre più spesso decidono di giocare la nuova competizione?”, ha dichiarato l’avvocato Mattia Grassani a ilfattoquotidiano.it. I casi di conflitto tra calciatori e società dilettantistiche sono diversi: dal caso Fasano (con Vono e Corvino) a quello di Elia Galligani con Siena e Viareggio.
Un intreccio complesso tra ambizioni personali, obblighi contrattuali e limiti regolamentari, che porta così a interrogativi non solo sportivi ma anche giuridici. “Il punto centrale della vicenda è costituito dal fatto che, dal 1° luglio 2023, i calciatori dilettanti che percepiscono compensi dalle società di appartenenza sono considerati lavoratori“, spiega Grassani, avvocato tra i più esperti in Italia in materia di diritto sportivo. Ma “in un sistema del genere, in cui entrambi i contendenti presentano punti di forza e debolezza, ritengo che una sorta di protocollo d’intesa possa rappresentare la soluzione maggiormente praticabile“, ha concluso l’avvocato.
Esiste realmente un problema tra Kings League e i club dilettantistici?
“La domanda, posta in questi termini, è simile a quella che si pone il marito tradito: deve prendersela con l’amante o con la moglie? In altre parole, il problema esiste tra Kings League e club dilettantistici o tra questi ultimi e i propri calciatori, che sempre più spesso decidono di giocare la nuova competizione ideata dall’ex blaugrana Piquè? Sicuramente, la crescita – e soprattutto la visibilità – della Kings League hanno fatto sì che la stessa sia diventata una “sirena” che attira le attenzioni di molti calciatori appartenenti al settore dilettantistico. E, di conseguenza, questa situazione determina notevole imbarazzo, per usare un eufemismo, nelle società per cui gli atleti sono tesserati, che vedono i propri atleti destinare tempo ed energie a un’altra competizione, con tutti i conseguenti rischi”.
Le società dilettantistiche possono impedire legalmente ai loro tesserati di partecipare alla Kings League come è già successo?
“Il punto centrale della vicenda è costituito dal fatto che, dal 1° luglio 2023, i calciatori dilettanti che percepiscono compensi dalle società di appartenenza sono considerati lavoratori. Il rapporto di lavoro sportivo in ambito dilettantistico, salvo espresso patto contrario, si costituisce in forma di collaborazione coordinata e continuativa. FIGC, LND e AIC hanno stipulato, il 28 settembre 2023, un Accordo Collettivo che, proprio in ragione della sussistenza di un rapporto di lavoro, regola reciproci diritti e doveri.
Tra i quali rilevano, per quanto di interesse in questa sede, l’art. 7.4, secondo cui ‘l’Atleta sarà libero di esercitare eventuali, ulteriori attività lavorative, di natura autonoma o subordinata, purché compatibili con l’impegno assunto con il presente contratto e non in concorrenza ed in contrasto con gli interessi della società e con quanto previsto dalla normativa federale’ e, soprattutto, l’art. 7.8, in virtù del quale ‘l’Atleta può partecipare a gare e/o manifestazioni sportive calcistiche da chiunque organizzate solo ed esclusivamente previa autorizzazione scritta della Società per la quale risulta tesserato'”.
Ritengo, dunque, che un “no” della società verso un proprio tesserato a partecipare alla Kings League sarebbe legittimo e il mancato rispetto di tale diniego da parte del giocatore sia contrattualmente perseguibile, in quanto violazione degli obblighi di fedeltà ed esclusività della prestazione incombenti sull’atleta. Lo conferma il caso riguardante Elia Galligani, la scorsa stagione in forza al Siena F.C. (Serie D) e inserito nel roster dei Black Lotus, squadra di Kings League nella passata edizione. A seguito della prima partecipazione a una gara di Kings League, il club toscano pubblicò un comunicato con cui riferiva di prendere ‘le distanze verso la partecipazione alla Kings League con la formazione “Black Lotus” del calciatore Elia Galligani in quanto questa iniziativa non è stata autorizzata dal club. Pertanto, saranno presi provvedimenti verso il calciatore al fine di tutelare gli interessi e l’immagine del Siena F.C.’. Il calciatore non è più stato convocato per i Black Lotus”.
La Kings League è considerata una competizione esterna al sistema federale: questo crea conflitti giuridici?
“La Kings League si pone sicuramente al di fuori del calcio organizzato, qualificandosi come competizione a metà tra lo sport e lo spettacolo, inteso come entertainment. Né la FIFA né le confederazioni continentali né le federazioni calcistiche nazionali organizzano una competizione simile, che utilizza molte regole proprie del calcio o del calcio a 5, ma si caratterizza per numerosi aspetti che nulla hanno a che vedere con i regolamenti calcistici, tanto che non si rinviene alcun riferimento alle regole IFAB nelle norme che disciplinano le gare della Kings League. Conseguentemente, ritengo che, in astratto, non ci siano conflitti giuridici tra le due competizioni, ma si tratti principalmente di un tema di gestione del rapporto di lavoro tra giocatori e club di appartenenza”.
Come le società possono tutelarsi in questi casi? Con delle clausole contrattuali?
“L’Accordo Collettivo FIGC – LND – AIC prevede forme di tutela che possono portare anche alla risoluzione del contratto o alla riduzione dei compensi da parte delle società dilettantistiche qualora propri tesserati, senza autorizzazione, partecipino alla Kings League. L’autonomia negoziale dei privati, poi, potrebbe consentire, qualora il club intenda autorizzare il giocatore, di disciplinare il rapporto e l’impegno dell’atleta nella Kings League. Tuttavia, dove non diversamente regolamentato nei rapporti interni tra le parti, già la semplice partecipazione alla Kings League – a prescindere dalla percezione o meno di un compenso da parte del giocatore – costituisce, se non autorizzata, un grave inadempimento contrattuale che potrebbe anche determinare la risoluzione del contratto di lavoro sportivo dilettantistico tra club affiliato FIGC e tesserato”.
LND e/o FIGC che tipo di contromisure potrebbero prendere a livello normativo? E secondo lei interverranno nel breve termine?
“La situazione non è affatto semplice, perché, come detto, la Kings League non è una competizione che fa parte del ‘calcio organizzato’ e la possibilità, da parte della FIGC, di disporre sanzioni disciplinari nei confronti di chi vi partecipa costituisce una vexata quaestio (una questione ampiamente discussa), che riporta a contenziosi di dimensioni ben diverse, come quando l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha condannato la FIGC al pagamento di una pena pecuniaria di assoluto rilievo, per avere sanzionato atleti di settore giovanile che avevano disputato tornei calcistici organizzati da diversi enti (es. enti di promozione sportiva). In quel caso si affermava che ‘le restrizioni eventualmente derivanti dalla regolamentazione sportiva, quindi, devono essere valutate in base al contesto nel quale sono state introdotte e agli obiettivi perseguiti e, in ogni caso, non possono eccedere quanto strettamente necessario e proporzionato a garantirne il coordinamento con le attività sportive cui sono connesse, al solo fine di preservare il buon andamento di queste ultime’.
In questo provvedimento si legge, peraltro, che ‘le suddette norme possono ammettere o, al contrario, escludere da detto mercato tutte le imprese concorrenti, anche quelle parimenti efficienti, o, quantomeno, limitare l’ideazione o la commercializzazione di competizioni alternative o nuove dal punto di vista del loro formato o del contenuto. Inoltre, in tal modo, esse possono privare i club di calcio professionistico e i giocatori di qualsiasi possibilità di partecipare a dette competizioni, benché queste ultime potrebbero ad esempio presentare un formato innovativo, nel pieno rispetto, tuttavia, dei principi, dei valori e delle regole del gioco alla base di detto sport’.
Pertanto, il contesto giurisprudenziale che si sta affermando limita in maniera importante, a mio avviso, il margine di azione della FIGC e della LND nei confronti di chi partecipa alla Kings League”.
Se oggi un giocatore si fa male in Kings League, chi ne risponde da un punto di vista legale?
“Se non è una questione regolamentata dal punto di vista contrattuale, certamente non la società affiliata alla FIGC, in quanto si tratterebbe di attività sportiva svolta, addirittura talvolta senza il consenso del club, al di fuori dell’organizzazione di quest’ultimo. Kings League sicuramente sarà dotata di polizze assicurative che proteggano i giocatori da infortuni, in quanto dubito seriamente che, in tali eventi, possa operare la copertura offerta dalla FIGC alle proprie società. Tutto questo, senza nemmeno considerare eventuali problemi contrattuali, nel caso in cui l’infortunio avvenga giocando nella Kings League senza autorizzazione. Ritengo peraltro consigliabile che, dove il club dilettantistico intenda autorizzare la partecipazione del giocatore alla Kings League, questo tema venga definito contrattualmente, nel provvedimento autorizzativo, in modo da escludere qualsiasi responsabilità od onere della società in caso di infortunio del proprio tesserato in occasione di gare della ‘competizione-spettacolo'”.
Pensa sia più probabile un accordo tra Kings e Lnd o che si vada sempre più a una battaglia legale?
“Ritengo, nell’interesse di tutti, che la soluzione preferibile sia quella conciliativa. Tutto ciò perché, come detto, FIGC e LND non dispongono, a mio avviso, di strumenti realmente obbligatori per impedire la partecipazione dei propri tesserati alla Kings League mentre, dall’altro lato, i club FIGC sono tutelati dall’Accordo Collettivo nei termini già citati e, quantomeno al momento, gli atleti attribuiscono ancora priorità, in ragione delle maggiori risorse economiche disponibili, al calcio a 11 svolto. Conseguentemente, in un sistema del genere, in cui entrambi i contendenti presentano punti di forza e debolezza, ritengo che una sorta di protocollo d’intesa possa rappresentare la soluzione maggiormente praticabile”.
Dal punto di vista legale, questo caso le ricorda altri conflitti tra sport “tradizionale” e “nuove competizioni” o è un unicum fin qui?
“Il ricordo non può non rivolgersi ai primi anni duemila, quando iniziarono, anche grazie al traino televisivo delle TV tematiche, le competizioni di beach soccer organizzate nelle principali località balneari da enti di promozione turistica, alle quali partecipavano famosi ex calciatori non più in attività, a fianco di atleti ancora tesserati per club italiani o stranieri. In quei casi, poiché si trattava di attività concorrenziale, organizzando, anche la FIGC, competizioni di Beach Soccer, i tesserati vennero deferiti e sanzionati con squalifiche o pene pecuniarie perché partecipavano a manifestazioni calcistiche non autorizzate al di fuori dall’ambito federale. Uno dei casi più famosi riguarda l’ex difensore della Roma Aldair, sanzionato dalla giustizia sportiva, perchè, mentre era tesserato per una società dilettantistica della FIGC, disputò gare estive di beach soccer allestite da realtà estranee al mondo federale. Si trattava, però, di molti anni fa e di uno scenario politico-regolamentare completamente diverso, ragione per cui ritengo che una simile situazione difficilmente potrà ripetersi all’attualità”.