Giornata mondiale dell’acqua: la crisi idrica in Italia costa il doppio rispetto alla media europea
La crisi idrica in Italia pesa sulle tasche dei cittadini. Il Paese è tra i più esposti, in Europa, allo stress idrico dovuto a piogge meno frequenti ma più intense, che non risolvono i problemi di siccità, ma ne portano di nuovi. E la gestione dell’acqua, così com’è, non aiuta. La Giornata mondiale dell’acqua, che si celebra ogni 22 marzo, è anche l’occasione per fare il punto sui costi. Tra bollette e ricadute. Chi paga per le carenze? Come si finanzieranno gli investimenti necessari? In Italia, la bolletta continua ad aumentare (anche se le tariffe sono tra le più basse d’Europa): 528 euro in media nel 2025 per una famiglia tre persone un consumo annuo di 182 metri cubi, ossia il 30 per cento in più rispetto al 2019. Sono saliti anche gli investimenti, arrivati a 106 euro all’anno per abitante. Solo che il settore si trova in un passaggio cruciale. A metà 2025 risultava concluso solo il 2% degli interventi Pnrr, con un ulteriore 51% in fase di collaudo e c’è molta attenzione a ciò che accadrà agli investimenti al termine dei fondi straordinari europei. Un quadro ricco di cambiamenti quello descritto da associazioni e organizzazioni. Le nuove sfide, però, sono appesantite da una serie di problemi (per lo più vecchi): l’Italia è il primo Paese in Europa per consumo di acqua minerale e il terzo per consumo domestico di acqua potabile, nelle rete di distribuzione si perde circa il 38% per cento dell’acqua immessa, mentre sono ancora troppo indietro i progetti che puntano anche recupero e Roma conta ormai sei procedure europee di infrazione attive, una relativa alle acque potabili, una relativa alla direttiva nitrati e quattro su fognature e depurazione. A gennaio 2026, si è aggiunta l’apertura di un’ulteriore procedura per la direttiva quadro Acque. Tutto ciò non può più permetterselo il Paese dove siccità, alluvioni e mancato riciclo costano 227 euro a testa all’anno, il doppio della media europea (112 euro), pari a 13,4 miliardi. Come se l’economia si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno.
Senza acqua salta il 20% del pil italiano
Il Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua del think tank Teha (The european house Ambrosetti) si mette a fuoco il problema centrale: “L’Italia è sempre più esposta allo stress idrico, con poca o troppa acqua nei momenti sbagliati, difficoltà nella raccolta o nella gestione”. La crisi dell’acqua, che nel 2025 in Italia ha visto oltre 1.100 episodi di precipitazioni intense e 139 allagamenti urbani (nei primi anni duemila erano rispettivamente 45 e 3 all’anno) genera impatti consistenti sul sistema produttivo. A cominciare dall’agricoltura, che nell’ultimo decennio ha subito un calo della produzione del 7,8%. Nel 2024, i danni legati ai cambiamenti climatici per l’agricoltura hanno raggiunto 8,5 miliardi di euro. “Senza acqua salta il 20% del pil italiano” ha avvertito Valerio De Molli, ceo e managing partner di Teha Group, sottolineando che l’acqua è un elemento fondamentale anche per industria, energia e data center e abilita complessivamente 384 miliardi di euro di valore. “Servono una visione più ambiziosa e integrata, accelerare gli investimenti, modernizzare le infrastrutture, mobilitare capitali pubblici e privati, spingere su innovazione e digitalizzazione e diffondere una nuova cultura dell’acqua lungo l’intera filiera” spiega Molli, ricordando che il ciclo idrico esteso, che comprende gestione, provider tecnologici, e consorzi di bonifica “ha generato 11,2 miliardi di valore aggiunto nel 2024, 31 miliardi considerando l’indiretto e l’indotto”.
Cosa accadrà a conclusione del Pnrr: la tariffa non basta
La tariffa del servizio idrico in Italia, principale fonte di finanziamento degli investimenti attuali e futuri, pur cresciuta fino a 2,5 euro al metro cubo nel 2024, resta tra le più basse d’Europa: il 30% sotto la media Ue. Nel triennio 2023-2025 la tariffa ha sostenuto gli investimenti per il 67% del totale. Tuttavia, con il concludersi del ciclo di finanziamento del Pnrr “il nodo degli investimenti diventa decisivo” ha osservato Benedetta Brioschi, partner Teha. Secondo i gestori del Servizio idrico integrato rappresentati dalla Community Valore Acqua, la tariffa non sarà sufficiente a sostenere il fabbisogno del settore: “Il capitale privato dal 2027 potrebbe coprire il 18% degli investimenti complessivi, che potrebbero arrivare fino a 98 euro pro capite rispetto agli 83 previsti dal 2027 senza l’apporto del Pnrr”. Anche Cittadinanzattiva, nel suo rapporto sul servizio idrico integrato, a cura dell’Osservatorio prezzi e tariffe, lancia l’allarme sul cosiddetto ‘effetto scalino’: il rischio di un crollo degli investimenti al termine dei fondi straordinari europei. “Gli investimenti nel settore idrico – spiega – sono passati da una media di 66 euro annui per abitante nel 2021 a 106 euro nel 2026 (ultimo anno del Pnrr, la cui attuazione ha dato una spinta). Fino al 2029 si prevede una fisiologica riduzione di circa il 10%”. Una questione affrontata anche nel Blue Book 2026. Nella monografia completa dei dati del servizio idrico realizzata dalla Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, si sottolinea che l’aumento degli investimenti ha portato a una maggiore la qualità del servizio, salvo nei casi di alcune gestioni ‘in economia’ da parte di enti locali – specie al Sud – che mostrano criticità. Secondo Luca Dal Fabbro, presidente di Utilitalia, “ora è necessaria una quota di contributo pubblico di almeno 2 miliardi di euro l’anno per i prossimi 10 anni, per portare avanti un piano straordinario di interventi per assicurare la tutela della risorsa e del territorio, che non può ricadere unicamente sulle tariffe”. Come ricorda Cittadinanzattiva, una eventuale crescita della tariffa “deve anche confrontarsi con l’accettazione pubblica”, perché anche se la tariffa italiana è attualmente tra le più basse dell’Unione Europea “oltre la metà dei cittadini italiani (56%) reputa già ‘alto’ o ‘molto alto’ il costo del servizio idrico. Ma sono diverse le criticità su cui lavorare.
Le criticità da risolvere alla luce della ‘bancarotta idrica’
Necessità resa ancora più impellente alla luce dei cambiamenti climatici, che hanno portato a una situazione di ‘bancarotta idrica’ a livello mondiale e delle nuove direttive europee, che imporranno standard più stringenti sulla qualità e sul trattamento delle acque. L’Italia non è solo il primo Paese in Europa per consumo di acqua minerale (249 litri pro capite, contro una media di 91), ma è anche il terzo in Europa per consumo domestico di acqua potabile (62 metri cubi pro capite all’anno, mentre la media europea è di 45). Mentre, sul campione del Blue Book, che conta oltre 324mila chilometri di rete, il 30% ha più di 30 anni e perdite medie del 37,9%. Criticità sono registrate anche sul fronte della continuità del servizio con oltre un milione di cittadini che nel 2024 ha subito razionamenti idrici, degli allagamenti (fino a 27 episodi ogni 100 chilometri nel Sud) e del riutilizzo delle acque reflue, fermo al 3,4% a fronte di un potenziale del 13,4%. La Community Valore Acqua ha aggiornato anche per il 2026 l’analisi sul posizionamento dell’Italia e dei principali Paesi europei (compreso il Regno Unito) nella gestione sostenibile della risorsa idrica, con l’indice ‘Valore Acqua verso lo Sviluppo Sostenibile 2026’, che tiene conto di 39 indicatori. L’Italia è al diciannovesimo posto, a significativa distanza dai Paesi con le migliori performance, come Danimarca, Paesi Bassi, Germania. E comunque dopo Francia, Regno Unito, Spagna e Portogallo.
La difficoltà ad adattarsi al cambiamento climatico
Eppure l’Italia è uno dei Paesi che fa più da vicino i conti con il cambiamento climatico, tra alluvioni, allagamenti e periodi di siccità. Come certifica Ispra in queste ore, nel 2025 le precipitazioni totali in Italia sono state pari a 963,4 millimetri (circa 291 miliardi di metri cubi), in calo di circa il 9% rispetto al 2024, un anno particolarmente piovoso. L’Italia è il quarto Paese in Unione Europea per stress idrico e quattro delle sette regioni europee con uno stress idrico massimo sono italiane (Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia). Ma il problema della siccità al Sud è l’altra faccia della medaglia rispetto a quello delle precipitazioni nevose e la scomparsa dei ghiacciai al Nord e anche al Centro. Quelli delle Alpi e dei Pirenei sono tra i più vulnerabili alla crisi climatica. Tra il 2000 e il 2023 hanno perso circa il 39% della loro massa e, se il trend continuerà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri in Europa centrale scomparirà. Sulle Alpi italiane, inoltre, i giorni con neve al suolo sono diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000, con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%. Ne derivano effetti rilevanti sulla disponibilità di acqua, sulla portata dei fiumi, sulla produzione idroelettrica e sull’equilibrio degli ecosistemi montani. A fare il punto l’Atlante dell’Acqua 2026 di Legambiente. Nei giorni scorsi, l’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale ha presentato il Rapporto “Dati climatici e risorse idriche 2025”che fotografa una situazione critica per un’area di oltre 42mila chilometri quadrati che coinvolge sette regioni e nove milioni di abitanti. Le precipitazioni nevose nel 2025 sono risultate inferiori all’81% della media storica, i laghi naturali hanno registrato minimi storici e oltre 1.300 interventi emergenziali sono stati necessari in centinaia di comuni. La siccità nel Distretto dell’Appennino Centrale non è più dunque un fenomeno stagionale, ma una condizione strutturale.