Voto No al referendum sulla giustizia non solo nel merito ma anche per il metodo
di Edoardo Pisani
Il principale motivo per votare NO al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia non riguarda tanto i contenuti della riforma, spesso complessi e difficili da valutare per i cittadini, quanto il metodo con cui si è arrivati alla sua approvazione.
La Costituzione italiana nacque in un momento storico particolare, subito dopo la fine della dittatura fascista e della Seconda guerra mondiale. Le principali forze democratiche del paese collaborarono alla sua stesura, con l’idea che il testo costituzionale dovesse rappresentare un patto condiviso tra tutte le componenti democratiche della società. Proprio perché la Costituzione è la base di tutte le leggi, i costituenti ritennero fondamentale che le sue eventuali modifiche avvenissero con un consenso molto ampio.
Per questo motivo fu introdotto l’articolo 138, che stabilisce una procedura particolare per le revisioni costituzionali: le modifiche devono essere approvate con una maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento. Se questa maggioranza non viene raggiunta, la riforma può essere sottoposta al giudizio dei cittadini tramite referendum. Lo scopo è evitare che la Costituzione venga modificata dalla sola volontà della maggioranza politica del momento.
Secondo alcuni autorevoli costituenti, tra cui Piero Calamandrei, quando si discute di riforme costituzionali il governo dovrebbe rimanere in secondo piano, perché la Costituzione appartiene al Parlamento e al popolo, non all’esecutivo. Ed è proprio su questo punto che nasce la critica alla riforma attuale. Essa infatti è stata proposta e sostanzialmente scritta dal governo, mentre durante il dibattito parlamentare gli emendamenti dell’opposizione sono stati respinti, portando all’approvazione di un testo molto vicino a quello originario dell’esecutivo. Questo percorso viene giudicato da alcuni osservatori distante dallo spirito di condivisione che dovrebbe caratterizzare le modifiche costituzionali.
Un altro elemento contestato riguarda la gestione del referendum. La maggioranza ha deciso di promuoverlo direttamente con un quesito che, secondo alcuni commentatori, risultava poco chiaro. Solo l’iniziativa di cittadini e associazioni, che hanno raccolto le firme necessarie, ha portato a una diversa formulazione del quesito.
In questa prospettiva, il problema principale non è soltanto il contenuto della riforma, ma il metodo utilizzato per modificarla. Se il Parlamento non riesce a trovare una convergenza ampia su un cambiamento della Costituzione, ci si chiede se sia opportuno trasferire la decisione direttamente agli elettori, chiamati a esprimersi su questioni tecniche e complesse. Secondo questa interpretazione, il rischio è che il Parlamento finisca per limitarsi a ratificare decisioni già prese dal governo, mentre il referendum diventa lo strumento per legittimare scelte che non hanno ottenuto un consenso politico sufficientemente ampio.
In passato anche altri governi hanno promosso riforme costituzionali importanti, come quelle sostenute da Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. In quei casi però il Parlamento intervenne con modifiche significative ai testi proposti e, successivamente, i cittadini respinsero le riforme nei referendum. Alla luce di queste considerazioni, il voto al referendum viene interpretato non solo come un giudizio sul contenuto della riforma, ma anche sul modo in cui si modificano le regole fondamentali della democrazia. In questa ottica, votare NO significherebbe esprimere una critica al metodo adottato dal governo e riaffermare l’importanza di un ampio consenso quando si interviene sulla Costituzione.