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Gli impianti bombardati non si riparano velocemente: ci dirigiamo verso una nuova crisi petrolifera

Non vi sto a dire quanto il mondo dipenda dal gas per tante cose; non ultima, i fertilizzanti per l’agricoltura. Capite bene quali potrebbero essere le conseguenze
Gli impianti bombardati non si riparano velocemente: ci dirigiamo verso una nuova crisi petrolifera
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In un post che avevo pubblicato qualche giorno fa sul blog del Fatto Quotidiano, avevo scritto che in Medio Oriente “potrebbe andare peggio se si comincia con le ripicche: ‘tu hai distrutto la mia raffineria? E io distruggo la tua!’” Ecco… è successo esattamente questo, come avete sicuramente letto.

Forse non avrei dovuto scriverlo. E meno male che non ho menzionato le bombe atomiche.

I bombardamenti hanno enormemente peggiorato una situazione già difficile che ha le sue radici nel ciclo storico di sfruttamento del petrolio. Quelli di voi un pochino più attempati si ricordano sicuramente delle grandi crisi del petrolio degli anni ’70. Era il tempo delle domeniche senza automobili, della circolazione a targhe alterne e altre regole cervellotiche e inefficaci. Comunque, dopo un decennio di scombussolamento, le crisi furono archiviate come il risultato di una banda di sceicchi cattivi. Ma non era così.

Le crisi erano il risultato del graduale esaurimento delle risorse petrolifere. Attenzione: “esaurimento” non vuol dire “fine del petrolio.” Il problema era, e rimane, il graduale aumento dei costi di estrazione via via che i pozzi “facili”, ovvero quelli sfruttabili a basso costo, vengono abbandonati per passare a risorse più costose. Si impara al primo anno del corso di laurea in economia che domanda e offerta sono correlate fra loro attraverso i prezzi. Se il costo fa aumentare i prezzi, la domanda diminuisce. Se i prezzi aumentano bruscamente, la domanda diminuisce bruscamente, e avete quello che si chiama una crisi. Se volete entrare nei dettagli, si sa che il mercato del petrolio è “anelastico”, nel senso che la gente continua a usarlo anche se costa di più. Ma l’elastico, se stiracchiato troppo, finisce per rompersi.

Questo è quello che è successo con la prima grande crisi del petrolio del 1973: i costi crescenti non permettevano di continuare la crescita della produzione ai ritmi forsennati degli anni precedenti. L’elastico si doveva rompere, e si è rotto. La crisi sembrava politica, ma era stutturale. Dopo la crisi, la crescita si è molto rallentata, fino ad arrivare a un livello quasi stabile, per ora.

Nel frattempo, ne sono successe di cose. Una è stata come gli Stati Uniti sono riusciti a interrompere il loro declino produttivo con il trucco del “petrolio di scisto”, abbondante ma costoso e che comincia a dare segni di esaurimento anche quello. Più che altro, il cambiamento è stato lo spostamento dal petrolio al gas naturale. Da una parte i gasdotti su terra, dall’altra il Gnl, gas naturale liquido, che si trasporta liquefatto con le navi gasiere.

E qui c’è un altro elastico teso a un punto tale che si sta per rompere. Il gas naturale sembrerebbe ancora abbondante, ma è tutto il sistema di produzione e distribuzione di gas e di petrolio che è delicato e con margini di manovra ristretti. Se poi ci si mettono le bombe, le cose peggiorano rapidamente.

Ed è esattamente quello che sta succedendo: ci stiamo dirigendo a tutta velocità verso una nuova crisi petrolifera. Non è solo un’interruzione del passaggio delle petroliere dallo stretto di Hormuz: se la guerra finisce, le petroliere ripartono. Ma qui ci sono danni reali alle infrastrutture. L’attacco all’impianto di produzione di Gnl in Qatar è un danno che non si rimedia in pochi giorni. Non vi sto a dire quanto il mondo dipenda dal gas per tante cose; non ultima, i fertilizzanti per l’agricoltura. Senza fertilizzanti, l’agricoltura produce molto meno, o non produce proprio.

Capite bene quali potrebbero essere le conseguenze. Non spetta a me fare il profeta di sventura, ma se la guerra non finisce subito, siamo nei guai ancora di più di quanto non siamo già.

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