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Ti ricordi… Mágico Gonzalez, il salvadoregno con una piuma nel calzino. Maradona diceva: “È l’unico più forte di me”

La storia di Jorge Alberto Gonzalez Barillas, talento anarchico che dribblava anche il tempo e a Cadice trovò la sua dimensione
Ti ricordi… Mágico Gonzalez, il salvadoregno con una piuma nel calzino. Maradona diceva: “È l’unico più forte di me”
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Un bel sogno. Di quelli che ti divertono, ti fanno sorridere mentre dormi, ma che per contorni e stramberia non possono che essere un sogno. E che magari quando ti svegli ti lasciano il sorriso, pensando sia a quanto fosse bello quel sogno, sia alla sua stramberia. È stato un bel sogno Jorge Alberto Gonzalez Barillas: Magico, più semplicemente.

Un sogno che inizia a Colonia Luz, quartiere popolare di San Salvador, esattamente sessantotto anni fa: Jorge è ultimo di otto fratelli e sul campo “La Tuerca”, un pezzetto di terra del quartiere in cui si gioca a pallone, sogna di imitare Mauricio, suo fratello maggiore, detto “Pachin”. Mauricio è un centrocampista già affermato, forte. Jorge lo guarda con ammirazione, sebbene il pallone per lui sia più che altro un oggetto ludico, un mezzo per divertirsi con gli amici: l’ambizione è fare il tassista. Già, perché Jorge è forte, è un mago col pallone e ancora oggi c’è chi è pronto a raccontare questo o quel trucco incredibile riuscito a quell’artista sul campo di Colonia Luz. D’altronde basta vedere qualche video che per rendersi conto che non è una bugia: numero 11 sulle spalle, e poi dribbling, biciclette, rabone, elastici (quando ancora non si chiamavano così, quando ancora non si chiamavano e basta) tutti eseguiti con eccellente precisione, tutti riusciti.

Trucchi che gli valgono la chiamata in un club a sedici anni: entra nell’Antel, dove si guadagna il soprannome di “El Mago”. Debutta tra i professionisti, poi passa all’Independiente e poi al Deportivo Fas, dove vince due campionati nazionali e una coppa campioni Concacaf. Entra nel giro della nazionale, portando El Salvador con gol e giocate al Mondiale del 1982, dove gioca le tre partite del girone contro Ungheria, Argentina e Belgio. Su di lui mettono gli occhi le squadre europee ovviamente: Fiorentina, Inter e Psg, che ci va praticamente a un passo dopo un’amichevole contro la nazionale di El Salvador, con i francesi che perdono 3 a 1 ovviamente ubriacati dai giochi del Mago.

Ma Gonzalez non si presenta all’appuntamento per la firma dei contratti, semplicemente. E allora finisce al Cadice, che sborsa 7 milioni di pesetas per averlo in una sorta di prestito annuale, e 12 milioni per riscattarlo…all’incicrca 230 milioni di lire dell’epoca in totale. È a Cadice, però, che il sogno si fa carne, ossa e profumo di salsedine. Immaginate una città che non è una città, ma un’isola legata alla terra da un filo di sabbia, dove il vento di Levante soffia così forte da spettinare i pensieri. È qui che Jorge Alberto González Barillas smette di essere solo un uomo per diventare “El Mágico“, l’unico calciatore al mondo capace di dribblare anche il tempo.

A Cadice non cercavano un atleta, cercavano un’emozione. E Jorge gliela diede, ma alle sue condizioni. Per lui il calcio non era un ufficio, era una “pachanga” infinita sotto le stelle. I tifosi del Carranza impararono presto che il Mago poteva dormire fino a mezzogiorno, saltare tre allenamenti e poi, la domenica, segnare un gol partendo da centrocampo, lasciando i difensori avversari a terra, a chiedersi se avessero appena visto un uomo o un miraggio.

Il mondo intero rischiò di cambiare asse nel 1984. Il Barcellona voleva unire il Mago al Diez, Jorge a Diego. Lo portarono in tournée negli Stati Uniti per testarlo. Ma il destino di González non era scritto nei contratti miliardari, era scritto nelle storie della buonanotte. In un hotel della California, nel cuore della notte, scatta l’allarme antincendio. Panico, corridoi che si riempiono di fumo finto e giocatori che scappano in pigiama. Tutti fuori. Tranne uno. I dirigenti del Barça sfondano la porta della camera di Jorge e lo trovano a letto, sereno, con una ragazza. “Non mi sono alzato perché non mi stavo bruciando io” o forse era “Non lascio mai cose in sospeso”. Di fatto c’era la logica incrollabile di chi vive in un’altra dimensione. Il Barcellona scosse la testa: troppo anarchico, troppo libero. Il Cádiz, invece, sorrise: era esattamente l’uomo che serviva per far sognare un popolo.

Lì resta sette anni (salvo una parentesi al Valladolid) gioca, segna, fa sognare i tifosi solo con la gioia effimera della giocata, lo ribadisce: “Il mio sogno è tornare a giocare con gli amici a Colonia Luz”. Maradona ammetterà candidamente che quel ragazzo scanzonato era molto più forte di lui: “”Io vengo dal pianeta Terra, lui viene da un’altra galassia. C’è solo un giocatore più forte di me, ed è un salvadoregno che gioca nel Cádiz“. Non sarà l’unico, anche David Vidal, suo allenatore al Cadice, riconoscendo la totale assenza di professionismo del Magico non ha alcun dubbio nel definire la sua dote tecnica superiore a Messi, Maradona e chiunque altro al mondo. Dopo Cadice torna a El Salvador, nel Fas, fino al 1999.

Una carriera giocata sempre con una piuma bianca infilata nel calzino: “Mi serve per sentirmi più leggero, per volare sopra i difensori e non farmi sentire quando arrivo”, diceva. E chissà, che El Magico, oggi più sfuggente che mai, non la conservi ancora quella piuma: d’altronde in un sogno, bello e strambo, ci starebbe benissimo.

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