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Tre ex prefetti di Venezia processati e assolti: “Sì alla riforma Nordio”. Ma il loro caso non c’entra con il referendum

La separazione delle carriere non pare trovare un'aderenza con il loro iter. E loro sembrano prendersela con avvio dell’azione penale e durata dei procedimenti, due argomenti non scalfiti dalla riforma
Tre ex prefetti di Venezia processati e assolti: “Sì alla riforma Nordio”. Ma il loro caso non c’entra con il referendum
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Tre ex prefetti di Venezia, che finirono sotto inchiesta per vicende legate ai centri di accoglienza dei richiedenti asilo, hanno preso posizione a favore della riforma Nordio per la separazione delle carriere. Lo hanno fatto con una lettera pubblicata in prima pagina dal quotidiano veneto Il Gazzettino prendendo spunto dai processi che li hanno visti assolti. In due casi vennero scagionati dalle accuse già in primo grado, nel terzo caso in appello per una condanna riguardante un episodio minore. Il riferimento al legame da sciogliere tra pubblici ministeri e giudici per garantire l’imparzialità non sembra, quindi, trovare una aderenza specifica con l’iter giudiziario dei tre prefetti, che sembrano prendersela soprattutto con l’avvio dell’azione penale e con la durata dei procedimenti, due argomenti che però non sono nemmeno scalfiti dalla riforma costituzionale.

A scrivere sono Domenico Cuttaia, Carlo Boffi e Vittorio Zappalorto. “Noi abbiamo vissuto, anzi sofferto, l’esperienza di processi che si sono conclusi con pronunce che hanno cancellato immotivate incriminazioni basate su fatti manifestamente insussistenti. Le nostre vicende processuali sono comuni a quelle di tanti altri cittadini, i quali si sono dovuti difendere da imputazioni non suffragate da elementi probanti e particolarmente lesive della loro dignità personale, affrontando processi che si sono conclusi spesso dopo alcuni anni”. L’argomentazione riguarda i pm, non i giudici. Infatti Cuttaia, Boffi e Zappalorto ammettono che i pubblici accusatori “hanno valutato fatti, circostanze, documentazioni, dichiarazioni testimoniali, situazioni varie, con chiarezza di idee e in posizione di terzietà. Di ciò occorre dare atto”. In una parola, non hanno subito condizionamenti.

I prefetti hanno avuto giustizia, eppure “proprio questa consapevolezza ci induce a ritenere che la posizione di terzietà del giudice vada ulteriormente rafforzata, garantendo la sua autonomia ed eliminando alla radice qualsiasi forma di condizionamento esterno”. L’obiettivo polemico diventano non tanto i componenti dei collegi giudicanti, quanto “l’attività svolta dai giudici per le indagini preliminari, i quali, spesso, sembrano risentire del clamore mediatico che accompagna l’attività requirente dei colleghi pubblici ministeri, adeguandosi troppo spesso acriticamente alle loro conclusioni investigative”.

La divisione tra giudici e pm servirebbe, secondo gli ex prefetti veneziani, ad “agevolare la formazione e la preparazione di questi ultimi, aumentando la loro capacità di dirigere la polizia giudiziaria, valutandone in modo critico e sereno l’attività, per distinguere le suggestioni investigative – di cui anche noi siamo stati vittime – dagli effettivi elementi probatori”. Dalla parte opposta, i sostenitori del “no” alla riforma Nordio si preoccupano proprio di questo ultimo aspetto, ovvero del rischio di trasformare i pm in semplici “avvocati dell’accusa”, incapaci di ricercare la verità istruttoria, a prescindere dalla colpevolezza degli imputati. Il prefetto Zappalorto, dopo essere stato assolto in primo grado per un’inchiesta riguardante il centro immigrati di Gradisca d’Isonzo, aveva attaccato gli investigatori: “Le motivazioni alla sentenza rappresentano la conferma dell’approssimazione e dell’incapacità della Guardia di finanza che ha eseguito le indagini, ma anche la mancanza di ogni vaglio da parte del magistrato che ha coordinato le indagini. Ed il procuratore capo, a sua volta, non ha verificato come avrebbe dovuto quanto operato dal proprio sostituto”.

Gli altri due ex prefetti erano finiti a processo per la gestione del centro di accoglienza di Cona, in provincia di Venezia. Cuttaia era stato assolto in primo grado, Boffi in appello dall’accusa di aver avvertito anticipatamente la cooperativa che gestiva il centro di un’ispezione in arrivo. Tutti si sono lamentati della durata dei processi, ma la riforma voluta dal governo non si preoccupa dello snellimento delle procedure, né dell’abbattimento delle lungaggini giudiziarie.

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A cura di Paolo Frosina
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