Guerra in Iran e costo del petrolio: perché dovremmo consumare meno energia
di Giovanna Gabetta
Molti dicono che il risultato della guerra in Iran sarà l’aumento del costo del petrolio, con le ricadute economiche che possiamo prevedere. Io però vorrei anche proporre un’analisi un po’ diversa. Nel 2023 ho pubblicato un piccolo libro intitolato Lo struzzo energetico – che non ha avuto successo – nel quale riportavo e commentavo una conferenza dell’Ammiraglio Hyman Rickover, il padre dei sommergibili nucleari americani. L’Ammiraglio sosteneva che il nostro benessere dipende dalla disponibilità di energia a basso prezzo. Già allora, secondo lui, sarebbe stato necessario cercare di ridurre i consumi. Noi non abbiamo fatto nulla in questa direzione, ma anzi continuiamo a teorizzare che occorre crescere.
Andando avanti così, dobbiamo aspettarci sempre più conflitti. Sembra che tutto questo si stia realizzando. Purtroppo le cosiddette energie alternative non sono in grado – almeno per ora – di sostituire i combustibili fossili. Per di più, non sono affatto rinnovabili. Per realizzare le pale eoliche oppure i pannelli solari occorrono molte risorse non rinnovabili, e molta energia che non si può ricavare dalle rinnovabili stesse. Per il momento la soluzione disponibile è quella di consumare meno, e uno dei modi per consumare meno sarebbe ridurre il traffico delle merci. Ma vi immaginate che cambiamento richiederebbe smettere di comperare, ad esempio, la plastica usa e getta dalla Cina?
Ecco una piccola cosa capitata a me: per acquistare degli spilli; sono andata in una merceria di Milano, e ne ho comprato una scatola che ne conteneva circa 450 e costava 4 euro. Meno di un centesimo l’uno! L’etichetta diceva: Made in China – distribuito da Simplicity Creative Group, Antioch, TN. Cioè gli spilli sono stati prodotti in Cina e comperati da un importatore americano, che li vende in tutto il mondo.
Quanti chilometri hanno percorso i miei spilli? Possiamo immaginare che siano partiti da Shanghai, uno dei centri commerciali più attivi, una delle città più vicine all’America del Nord. La distanza tra Shanghai e Antioch in Tennessee (dove, ho verificato, ha sede Simplicity, un negozio che vende anche online in tutto il mondo e che è specializzato in forniture per lavori creativi di sartoria) è di 7645 chilometri. Da Antioch a Milano ci sono altri 11970 chilometri, per un totale di 19615. Non male per un oggetto utile, ma non particolarmente pregiato, come sono appunto gli spilli.
In Italia, ci sono fabbriche di spilli? Sembra proprio di sì. In particolare, a Lecco c’è una fabbrica di minuterie metalliche, che si chiama Leone Dell’Era, è attiva dal 1850 e ha un sito web dove è possibile comprare i prodotti. Ricordo di aver visto alcune scatole con questo marchio in casa dei miei nonni. Per portare a Milano, presso la sede della merceria di cui vi ho parlato, gli spilli prodotti a Lecco, basta percorrere 51 chilometri. Il prezzo è più alto, anche se non è molto diverso, si parla di 6 o 7 euro per 250 grammi, che dovrebbero corrispondere più o meno a 333 spilli. Ci sono due domande da porsi:
1. Come mai gli spilli che percorrono circa 400 volte di strada in più riescono comunque a costare un po’ meno? La risposta è abbastanza facile: il combustibile costa poco, e le quantità trasportate sono molto grandi. L’eventuale inquinamento non viene conteggiato nei costi.
2. Per quale ragione si preferisce comperare gli spilli negli Stati Uniti anziché in Italia? Probabilmente non è avvenuto “di botto”, con scelte razionali; ci siamo poco alla volta abituati a spostare qualsiasi cosa da un capo all’altro del mondo e non ci poniamo il problema se sia una buona idea oppure no. Ai tempi di Marco Polo, chi affrontava un viaggio lungo e pericoloso lo faceva per portare a casa prodotti rari, esotici e di grande valore. Oggi abbiamo a disposizione i combustibili fossili a basso prezzo, e possiamo permetterci di trasportare per migliaia di chilometri le cannucce e gli spilli, e molte altre cose di poco valore. Cosa pensate di tutto questo?