Guerra in Iran, petrolio oltre i 100 dollari al barile: i Paesi del G7 discutono il rilascio delle riserve. “Ma non siamo ancora a quel punto”
La guerra in Iran e il timore di un blocco prolungato dello stretto di Hormuz mandano in tilt il prezzo del petrolio e le Borse asiatiche. Nella notte italiana il greggio è schizzato verso i 120 dollari al barile per poi chiudere a 94,7. Prima dell’inizio del conflitto, per fare un raffronto, il prezzo del Brent si aggirava intorno ai 70 dollari. Il livello delle quotazioni ha spinto – come anticipato dal Financial Times – i Paesi del G7 a valutare una mossa di emergenza: il rilascio comune e coordinato delle riserve strategiche. Per ora però non è stata presa ancora nessuna decisione. E nel pomeriggio, con la prospettiva di quella opzione in caso di necessità, i prezzi sono scesi sotto la soglia psicologica di 100 dollari. In parallelo le Borse europee hanno limato le perdite e in serata Wall Street ha chiuso in positivo. Alle 22:30, dopo che Donald Trump ha assicurato “non molleremo finché il nemico non sarà totalmente e decisamente sconfitto”, i future sul Brent sono risaliti a 90 dollari, dagli 85 di un’ora prima.
Il G7 non decide
“Seguiremo da vicino la situazione, siamo pronti a prendere tutte le misure necessarie, compreso il ricorso alle riserve strategiche di petrolio al fine di stabilizzare il mercato”, ma “non siamo ancora a quel punto”, ha detto il ministro francese Roland Lescure, che ha riunito i colleghi del G7 in videoconferenza. “Continueremo a monitorare attentamente la situazione e gli sviluppi nei mercati energetici e ci incontreremo quando necessario per scambiare informazioni e coordinarci all’interno del G7 e con i partner internazionali”, si legge nella dichiarazione congiunta diffusa dopo l’incontro a cui hanno partecipato anche i presidenti del Fmi, della Banca Mondiale, dell’Ocse e dell’Aie. “Siamo pronti ad adottare le misure necessarie, anche per sostenere l’approvvigionamento energetico globale, come lo svincolo delle scorte”.
Secondo il quotidiano finanziario tre Paesi, fra cui gli Stati Uniti, erano già d’accordo. Con Washington favorevole al rilascio di una quantità fra ai 300 e i 400 milioni di barili, circa il 25-30% del totale delle riserve. Una mossa che in passato si è vista solo cinque volte: due volte dopo l’invasione rusa dell’Ucraina, una durante la prima guerra del Golfo, poi a seguito dell’uragano Katrina e dopo il blocco della produzione in Libia. Il solo annuncio ha permesso al prezzo del greggio di ripiegare dai massimi toccati nella notte, rimanendo stabilmente sopra i 100 dollari nel corso della mattinata. Intorno all’ora di pranzo italiana, poi, il Brent americano è tornato sotto la soglia psicologica con un aumento giornaliero attorno al 9%. Sono dunque state ore di estrema volatilità per il prezzo del greggio.
Le riserve mondiali
Le riserve strategiche complessive mondiali ammontano a circa 8,2 miliardi di barili secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Il direttore esecutivo Fatih Birol durante la riunione ministeriale del G7 ha ricordato che i paesi membri dell’Aie detengono attualmente oltre 1,2 miliardi di barili di scorte pubbliche di emergenza, “con ulteriori 600 milioni di barili di scorte industriali detenute in base agli obblighi governativi”. La Commissione europea, in base agli ultimi dati del maggio 2025, stima che i paesi dell’Unione detengono complessivamente 43,5 milioni di tonnellate (una tonnellata sono circa 6,8 barili) di riserve strategiche di petrolio. L’Italia detiene 2,7 milioni di riserve strategiche di petrolio, la Francia 5,1 milioni, la Germania 12,6 milioni. Gli Usa dovrebbero detenere all’incirca 415 milioni di barili (dati dipartimento energia). Il Canada non ha obblighi in quanto esportatore netto. Il Giappone ha 260 milioni di barili (dati Bloomberg). Per quanto riguarda il Regno Unito le regole indicano scorte necessarie per 90 giorni.
Le riserve strategiche sono solo una parte delle riserve complessive di petrolio di ciascun Paese, che per le nazioni del G7 alla fine del 2025 si aggiravano tra i 250 e i 260 miliardi di barili, ed erano così ripartite: Canada 163,1 miliardi, Stati Uniti 83,72 miliardi, Regno Unito 1,5 miliardi, Francia, 67,58 milioni, Germania 105,84 milioni, Italia 578 milioni, Giappone 44,11 milioni.
Borse asiatiche in profondo rosso
Nella notte italiana le Borse asiatiche hanno vissuto una seduta da profondo rosso. Il blocco di Hormuz e i prezzi in volo libero del petrolio hanno spinto i listini a chiudere in terreno negativo a partire da quella di Tokyo dove il Nikkei 225, pur recuperando in parte le perdite, è sceso del 5,2% a a 52.728,72 al termine delle contrattazioni. Il Kospi sudcoreano è sceso del 6% a 5.251,87 punti, mentre i mercati cinesi, che tendono a essere meno influenzati dalle tendenze globali, hanno registrato perdite più moderate. L’Hang Seng di Hong Kong è sceso dell’1,6% a 25.343,77, mentre l’indice composito di Shanghai è sceso dello 0,7% a 4.097,69. L’indice di riferimento di Taiwan è crollato del 4,4% e anche altri mercati regionali hanno subito perdite.
In caduta libera in apertura anche i listini europei, con Milano tra le peggiori, ma nel corso della seduta le Borse hanno ridotto le perdite. Parigi ha registrato la performance peggiore: l’indice Cac40 termina gli scambi lasciando sul parterre lo 0,98%. Più contenute le perdite per Francoforte, arretrata dello 0,57%, e Milano, a -0.29%. Londra ha chiuso a quota -0,27%. Wall Street, che aveva aperto in ribasso, ha azzerato le perdite iniziali e chiuso positiva con il Dow Jones a +0,50%, il Nasdaq in progresso dell’1,38% e l’S&P 500 a +0,83%.