Casa Bianca in allarme per i rincari della benzina. E il petrolio Usa non può compensare il calo di offerta causato dall’attacco all’Iran
“Non sono per nulla preoccupato” per i prezzi del petrolio, aveva assicurato solo domenica scorsa Donald Trump all’intervistatore di Fox che gli chiedeva se dopo l’attacco all’Iran e con l’annunciata chiusura dello Stretto di Hormuz non temesse forti rincari. Ieri aveva già cambiato versione, ammettendo che “probabilmente aumenteranno“, ma che “alla fine diminuiranno”. Oggi, con la benzina salita a 3,25 dollari al gallone, secondo Politico alla Casa Bianca è in corso una “ricerca frenetica di opzioni” per calmierare i listini. Con la capo dello staff Susie Wiles che ha chiesto ai consiglieri di partorire proposte e il segretario dell’Energia Chris Wright impegnato a scovare qualche “buona notizia” da presentare al presidente.
Il problema è che la ripresa della produzione in Venezuela, su cui Trump pareva contare dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro, si sta rivelando molto più complessa del previsto. Le infrastrutture sono deteriorate e gran parte del greggio venezuelano è ultra-pesante, quindi richiede impianti specifici e diluenti per poter essere trasportato e raffinato. E anche la speranza che l’industria dello shale statunitense potesse aumentare rapidamente la produzione e supplire alla carenza globale di offerta si è rivelata mal riposta. Al massimo il comparto si avvantaggerà del rialzo dei prezzi globali per aumentare i propri profitti.
Lo shale oil, il petrolio estratto da rocce scistose tramite tecniche come fratturazione idraulica e perforazione orizzontale, negli ultimi quindici anni ha trasformato radicalmente il mercato energetico: gli Stati Uniti, che all’inizio degli anni 2000 erano grandi importatori di greggio, sono diventati il primo produttore mondiale, superando Arabia Saudita e Russia, e anche uno dei principali esportatori. Ma proprio il modello industriale dello shale rende difficile utilizzarlo come risposta immediata a uno choc dell’offerta globale. I dirigenti del settore, come ricostruito dal Financial Times, avvertono che un aumento significativo della produzione richiederebbe mesi. Prima di investire in nuovi programmi di perforazione, nel completamento dei pozzi e nel collegamento alle infrastrutture di trasporto, le aziende hanno bisogno di certezze sul livello dei prezzi. Non sono disposte a lanciarsi in nuovi investimenti sulla base di un aumento che potrebbe rivelarsi temporaneo, anche se molti analisti hanno avvertito che una crisi prolungata potrebbe spingere le quotazioni ben oltre i 100 dollari al barile.
Negli ultimi anni, peraltro, l’industria dello shale – reduce da una prima fase di espansione aggressiva finanziata a debito e spesso a costo di bruciare cassa – tende a privilegiare la riduzione dell’indebitamento e la remunerazione degli azionisti piuttosto che l’avvio rapido di nuovi programmi di perforazione. Pesa anche il fatto che il settore arriva alla crisi mediorientale dopo una fase di rallentamento: negli ultimi dodici mesi diverse aziende, in risposta a prezzi fermi intorno ai 60 dollari al barile, hanno tagliato drasticamente la spesa in conto capitale, fermato trivelle e licenziato migliaia di lavoratori in risposta ai prezzi più deboli del petrolio. Reuters lo scorso anno ha dato conto di come il numero di impianti di perforazione del bacino di Permian, tra Texas e New Mexico, dove si concentrano la maggior parte dei campi di shale oil, fosse diminuito di 52 unità: il maggior calo dal 2020, quando il Covid ha fatto crollare la domanda.
Uno sguardo ai numeri conferma che compensare i volumi che transitano dal Golfo è impresa ardua. Secondo la International Energy Agency, che martedì scorso si è riunita per fare il punto della situazione, nel breve periodo l’unico aumento rapido di offerta potrebbe arrivare da pozzi già perforati ma non ancora messi in produzione, che potrebbero aggiungere circa 400mila barili al giorno nella seconda metà dell’anno. Una quantità decisamente modesta rispetto ai circa 20 milioni di barili al giorno che normalmente passano attraverso lo Stretto di Hormuz. La Casa Bianca dovrà quindi trovare altre soluzioni per tamponare le conseguenze della guerra scatenata da Trump insieme all’alleato Benjamin Netanyahu. Che ha portato il prezzo della benzina a uno dei livelli più alti dall’inizio della seconda presidenza del tycoon, creando scompiglio tra i repubblicani in vista delle elezioni di midterm.