Trattamento di fine servizio degli statali, la Consulta dà un anno al governo per eliminare rateizzazione e ritardi nel versamento
La Corte costituzionale dà un anno di tempo al governo per risolvere l’annosa questione del riconoscimento del trattamento di fine servizio che spetta ai dipendenti pubblici giunti a pensionamento. Ancora oggi l’equivalente del Tfr per i dipendenti privati viene versato agli statali con ritardi fino a 7 anni e rateizzato. Una pratica che diversi Tar hanno ritenuto sospetta di incostituzionalità, rimettendo appunto la questione alla Consulta che aveva già affrontato la materia con le sentenze n. 159 del 2019 e n. 130 del 2023. La Corte aveva evitato di dichiarare l’incostituzionalità solo per non creare un buco normativo, chiedendo però al legislatore di intervenire. Ora si trova ad esaminare di nuovo il tema.
Nell’ordinanza numero 25, depositata oggi, la Consulta sottolinea come non sia ancora stato avviato “in modo sostanziale” un processo graduale che abbia come obiettivo l’eliminazione dei termini per il riconoscimento di tali trattamenti di fine servizio. Nonostante gli avvertimenti contenuti in due sentenze precedenti, la numero 159 del 2019 e numero 130 del 2023. Le riforme adottate non sono risolutive. Da un lato è stata ampliata la platea degli aventi diritto che, per la loro condizione di fragilità, possono percepire l’intero trattamento entro tre mesi dalla cessazione del servizio, senza dilazioni e, dall’altro, è stato ridotto una tantum di tre mesi, a partire dal 1 gennaio 2027, il termine per la liquidazione del T.F.S.
L’articolo 36 della Costituzione risulta comunque intaccato. Ma dichiararle incostituzionali farebbe sì che chi ne ha diritto possa esigere subito tutto il dovuto, con un “temporaneo, ma assai significativo, impatto sulle finanze pubbliche in termini di fabbisogno di cassa”. Pertanto ancora una volta, “al fine di consentire al legislatore di intervenire con un’appropriata disciplina”, la Corte ha deciso di rinviare la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale all’udienza del 14 gennaio 2027. Per quella data il governo dovrà aver trovato una soluzione “che pianifichi l’eliminazione dei meccanismi dilatori in questione”.
Cgil nazionale, Flc Cgil e Fp Cgil e Spi Cgil in una nota congiunta commentano: “La Corte Costituzionale ha ribadito ancora una volta la necessità di superare una normativa che presenta evidenti criticità rispetto ai principi costituzionali. Il Governo intervenga. La Corte ha giudicato insufficienti e marginali gli interventi finora adottati”. In particolare, “non può essere considerata una risposta adeguata la scelta del Governo di limitarsi a ridurre da dodici a nove mesi dal 2027 per coloro che accederanno alla pensione di vecchiaia, il termine per la liquidazione del TFS”. “La decisione della Corte – proseguono Cgil, Flc, Fp e Spi – rappresenta dunque l’ennesimo invito al Governo e al Parlamento ad intervenire realmente per superare un meccanismo ingiusto che continua a penalizzare centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori pubblici. Il problema resta infatti tutto: lo Stato continua a trattenere per anni risorse che appartengono alle lavoratrici e ai lavoratori pubblici, trasformando il trattamento di fine servizio in una sorta di prestito forzoso allo Stato. Un vero e proprio sequestro del salario differito di chi ha lavorato una vita nella pubblica amministrazione – denunciano – che, anche a causa dell’inflazione registrata negli ultimi anni e dell’assenza di meccanismi di rivalutazione, ha comportato una perdita reale di valore delle somme spettanti, arrivando a sottrarre mediamente ai lavoratori pubblici fino a circa 20mila euro. Non è un caso che abbiamo avviato in questi anni un ampio contenzioso legale per contestare questa normativa e tutelare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici”.