Ora l’Ue non solo resta muta con gli Usa, ma ne approva l’approccio: nessun’arma però potrà mai dare pace
di Stefano Briganti
Nel discorso sullo stato dell’Unione europea del 2025, Ursula Von der Leyen affermò che è finito il tempo della pace. La baronessa si riferiva alla pace per l’Europa, ma a distanza di pochi mesi la fine della pace si è estesa dai confini degli stati baltici a ovest fino a quelli indiani a est e a sud fino all’Africa subsahariana.
Nel giro di quattro anni si è coniato un nuovo significato della parola “pace”: la pace attraverso la forza delle armi o, se si preferisce, la pace attraverso la guerra di cui le armi sono lo strumento. Abbiamo iniziato a vivere il paradosso dello slogan della politica del Grande Fratello del romanzo di Orwell 1984: La guerra è pace. È sicuramente indicativo dei tempi il fatto che da settembre 2025 lo Us Department of Defense ha cambiato nome e ora è Us Department of War. Il Ministero della Guerra esiste solo negli Stati Uniti ed è emblematica la dichiarazione, rivolta all’esercito, del suo capo Pete Hegseth riguardo l’aggressione americana all’Iran: “[la guerra]…alle nostre condizioni. Nessuna stupida regola d’ingaggio, nessuna palude di costruzione di nazioni, nessun esercizio di costruzione della democrazia, nessuna guerra politicamente corretta. Combattiamo per vincere e non sprechiamo tempo o vite [americane]. (i morti iraniani non sono nel conto delle vite sprecate, nda). Rimani concentrato. Il nostro comandante in capo è saldo al volante. Affrontiamo un nemico determinato, ma tu sei migliore. Ma dobbiamo dimostrarlo ogni singolo giorno. Alla storia non importa se siamo stanchi, se abbiamo paura o se la lotta sembra grande. Richiede guerrieri che si elevano comunque. Pace attraverso la forza. L’ethos del guerriero. Letalità…” (Washington, 2 marzo 2026).
Discorsi esaltati di questo genere si potevano sentire urlati a Berlino nel 1940 ma ora, dopo quasi un secolo, li si deve sentire di nuovo ed è come una sorta di nemesi che a farli sia il paese che quasi un secolo fa decise di combattere l’esaltazione guerriera del nazionalsocialismo. E’ sconvolgente che di fronte a tale violenza dialettica, di impegni e di azione, l’Europa non solo rimanga muta ma l’approvi.
C’è il potere alla base di ogni guerra, la brama del dominio. La voglia di poter dominare è un peccato originale dell’essere umano. Fu con la promessa di un potere immenso che il maligno tentò persino l’uomo Gesù. “Tutti questi regni io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Quell’uomo non si prostrò, ma migliaia dopo di lui lo fecero genuflettendosi al demonio pur di soddisfare la propria brama di potere. Gli orrori di decine di guerre, i milioni di esseri umani uccisi non hanno insegnato niente e ogni volta è stato permesso ad un Cavaliere Rosso di sconvolgere il mondo: “Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché gli uomini si uccidessero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada” (Apocalisse). È togliere la pace con la spada, non darla.
Quale sarà il sentimento di un padre a cui con la guerra hanno trucidato i figli senza motivo? Quale quello di una madre che ha visto tornare a casa solo alcuni pezzi del proprio figlio? Quello di un fratello che ha visto bruciare viva sua sorella in un campo profughi bombardato? Sarà odio, un odio comprensibile, inestinguibile e feroce. No. Non potrà mai esserci pace con armi che possono uccidere e generare odio. Lo sa bene la baronessa Von der Leyen: non ci sarà per noi pace per molti decenni a venire. In Europa i servi sciocchi di Washington hanno accettato con entusiasmo il ruolo nello spettacolo geopolitico che il Principe oltreoceano ha detto loro di giocare. Pagare il signore per armarsi fino ai denti, gridando ai propri popoli “la forza delle armi e di nuovi eserciti garantirà la pace in Europa da est fino alla sponde dell’Atlantico!”. La forza delle armi di chi garantirà una “pace” in Medio Oriente?
Nessuna arma potrà mai avere la forza di dare pace a chi ha perduto figli, madri, padri, patria nella guerra.