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Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari

La sentenza dispone il risarcimento a Energy Transfer, tra i principali donatori del tycoon e gestore dell'impianto al centro di una lunga battaglia legale. La ong: "Chiederemo un nuovo processo".
Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari
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Greenpeace non può permettersi di pagare, come stabilito da una sentenza, 345 milioni di dollari a Energy Transfer, gestore dell’oleodotto Usa contro cui aveva protestato in North Dakota, nonché tra i principali donatori di Donald Trump. E per questo rischia il fallimento, ma non molla. Greenpeace International e Stati Uniti annunciano infatti che chiederanno un nuovo processo e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota a seguito della sentenza emessa da un tribunale distrettuale e che chiude un caso legale durato anni. Una decisione, quella del giudice James Gion, in linea con la sentenza che già a ottobre 2025 aveva tagliato di quasi la metà il risarcimento di circa 667 milioni di dollari assegnato a Energy Transfer circa un anno fa (Leggi l’approfondimento).

Una causa durata anni

La compagnia ha accusato la ong di aver causato centinaia di milioni di dollari di danni attraverso una campagna “di violenza e diffamazione” contro la costruzione del Dakota Access, l’oleodotto completato nel 2017. Contro il progetto, vicino alla Standing Rock Indian Reservation, un decennio fa la tribù Sioux aveva guidato una delle più grandi proteste anti-combustibili fossili nella storia degli Stati Uniti. Una battaglia inizialmente locale e presto diventata internazionale, nonché un braccio di ferro tra Obama e Trump, da sempre favorevole a quei 1.900 chilometri, strategici per trasportare petrolio dai giacimenti di Bakken fino all’Iowa. A gennaio 2017, Trump aveva firmato un decreto per la ripresa della realizzazione del Dakota Access con la conseguente resa della tribù di Sioux. A luglio 2020, però, il giudice federale James Boasberg, della corte distrettuale del District of Columbia, aveva disposto la chiusura temporanea del cantiere per la costruzione del maxi oleodotto di quasi duemila chilometri. E nel 2020, la Corte Suprema aveva respinto un ricorso della compagnia, sostenendo che fosse necessaria una nuova valutazione d’impatto ambientale. Nel frattempo, però, l’oleodotto ha continuato a trasportare petrolio.

La difficile posizione di Greenpeace

Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione. Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce, unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e al pianeta” spiega Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International. Per l’organizzazione, le cause consecutive intentate da Energy Transfer contro Greenpeace International e le organizzazioni statunitensi Greenpeace Usa e Greenpeace Fund “sono esempi lampanti di slapp, azioni legali volte a sommergere organizzazioni non profit e attivisti di spese legali, spingerli verso la bancarotta e, in ultima analisi, mettere a tacere il dissenso”. Greenpeace International, con sede nei Paesi Bassi, sta cercando giustizia in Europa con una causa contro Energy Transfer, ai sensi del diritto olandese e della nuova direttiva anti-slapp dell’Unione Europea, un banco di prova storico della nuova legislazione che potrebbe contribuire a stabilire un importante precedente contro le intimidazioni aziendali. “Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia” Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace Usa e Greenpeace Fund. E ricorda: “Queste organizzazioni Greenpeace sono state ritenute responsabili per aver presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti”.

Fotocredits: Stephanie Keith, Greenpeace

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