Stiamo mettendo mano alla Costituzione per ridurre gli errori giudiziari? E con quali garanzie?
di Francesco Della Corte
Fra le principali ragioni del Si alla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici c’è l’asserita esigenza di limitare la contiguità fra questi due figure di magistrati, ipotetica origine di molti dei mali della giustizia.
Ecco la soluzione: due Consigli Superiori distinti, più una Alta Corte Disciplinare, così pm e giudicanti non si parleranno più, o per meglio dire, non avranno più interesse a scambiarsi favori. Anzi, visto che ci siamo, oltre a dividerli, gli si sottragga anche la possibilità di scegliersi in autonomia i propri delegati nei rispettivi Consigli Superiori, e si faccia invece decidere al caso. D’altra parte hanno dato prova di non essere in grado di autogestire la selezione interna, segno che sono tutti, o quasi tutti, della stessa pasta. E allora uno vale l’altro.
Avremo processi più rapidi? Quello no, e d’altra parte non sembra un problema esattamente all’ordine del giorno. Meno reati da allarme sociale? Nemmeno: la maggioranza delle denunce continuerà ad essere archiviata, e gli autori di truffe telematiche o bancarie, furti, rapine, continueranno in larga parte a farla franca esattamente come prima, anche perché l’organico della polizia giudiziaria, che dovrebbe svolgere le indagini, è quello che è, e la prescrizione incombe. Meno corruzione? Neanche.
Mentre quindi buona parte dei reati resta impunita, grazie alla separazione potrebbe invece risolversi, a quanto pare, il problema dei errori giudiziari che, stando ad alcuni, sono in numero scandaloso per un paese civile. La causa? Secondo il Sì, l’influenza dei pubblici ministeri sui giudici.
Solo pochi giorni fa sono emersi alcuni importanti numeri al riguardo: dal 2017 al 2025 ci sono stati 6.485 risarcimenti per ingiusta detenzione, una media di 720 all’anno. Finire ingiustamente in galera deve essere un’esperienza drammatica, una di quelle che ti segna per sempre. Almeno quanto una diagnosi di cancro (400.000 nuovi casi all’anno in Italia, e 20.000 decessi, in buona parte dovuti all’inquinamento incontrollato). O la morte di un coniuge o di un genitore sul lavoro (oltre 1.000 in un anno).
Sono tante 720 persone private ingiustamente della libertà in un anno, ma credo valga la pena rapportare questo numero ad altri. Dal Ventesimo Rapporto sulla detenzione pubblicato dalla Associazione Antigone (www.rapportoantigone.it), leggo che dal 2016 al 2024 ci sono stati circa 380.000 nuovi ingressi in carcere, per altro con una decisa tendenza alla diminuzione negli ultimi anni. Il rapporto sembra dunque indicare che in media l’1,7% delle carcerazioni non viene confermato alla fine dell’iter giudiziario. Certamente troppe, ma quale potrebbe essere una percentuale “accettabile”? Perché l’errore zero è ovviamente impossibile quando c’è di mezzo la valutazione umana. Aggiungiamo che la carcerazione preventiva, che è gran parte di quell’1,7%, è chiesta per definizione prima che il quadro probatorio sia completo: non ha senso logico pensare di ricorrervi solo quando vi è la certezza della futura condanna. O la si abolisce del tutto, o l’errore, per quanto piccolo, sarà sempre presente.
Stiamo allora per mettere mano alla Costituzione, con tutti i rischi che questo comporta, per giunta a quanto pare sul filo del 50% vs. 50% di chi andrà al voto, con la speranza che questo errore si riduca? E di quanto? La metà? Un terzo? E quali garanzie abbiamo che sarà così? Non sarebbe stato invece più semplice arrivarci con una revisione delle leggi ordinarie che limitasse ulteriormente il ricorso alla carcerazione?
E quei morti per inquinamento o sul lavoro? Niente da fare, per quelli la Costituzione è già a posto.