Da Firenze a Torino, 7 esoneri in Serie A. Cambiare allenatore conviene davvero? Come stanno andando i subentrati
I cambi in panchina, in Serie A, sono stati sette. E già non è un dato da poco. A Torino è appena arrivato D’Aversa e avrà 12 partite a disposizione per potersi meritare la conferma. Prima di lui, hanno cambiato (in ordine rigorosamente sparso) Pisa, Verona, Genoa, Fiorentina, Atalanta. E Juventus. L’esonero più rumoroso, quello, ma forse lo specchio di come non sempre cambiare convenga. Anzi.
La tesi non è assoluta, ma rispecchia un’analisi che si basa sul mero calcolo della media punti. Chi ne ha giovato? E chi no? Bisogna partire dai casi più eclatanti. Il bianco e il nero. Al netto del gioco di parole di dubbio gusto, le situazioni che più meritano di essere prese in considerazione sono due: Atalanta e Juventus. Prima, i nerazzurri, caso certamente virtuoso di quelli da analizzare in Serie A: in 15 partite complessive, la media punti di Juric è stata di 1,33; quella di Palladino, in 22 gare, di 2 spaccati. Risultato? Per un allievo di Gasperini che non ha fatto bene, ce n’è un altro (che pure era stato valutato in estate dai bergamaschi) che invece ha risistemato le cose, con l’Atalanta in piena lotta per la Champions League e con ‘un’escursione termica’ rispetto al calcio gasperiniano non così marcata. Per quanto presente.
Non era facile, prendere il posto di Gasperini. Come non è stato facile per Spalletti non tanto prendere il posto di Tudor, quanto fare ordine dentro a una Juventus che da qualche anno versa in una situazione di precarietà che non le appartiene. Qualcosa era sembrato andare bene, ma alla fine non così tanto. Se si prendono in considerazione tutte le 24 partite di Tudor (quindi comprese quelle della scorsa stagione), la media punti è stata di 1.58. Quella di Spalletti? 1.8 in 25. Cambiamento, sì. Ma solo leggermente positivo.
Sta andando meglio a De Rossi, che con il Genoa ha incrementato (cioè 1.24 contro 0.82) la media punti rispetto alla gestione Vieira. Così come a Firenze, e lo dimostra la classifica, Vanoli rispetto a Pioli (1.24 in 21 partite, contro l’1.14 in 15). Ma sono differenze minime, che forse denotano non tanto una questione di punteggio in classifica, quanto di atteggiamento di due squadre che erano andate in crisi profonda a livello di spogliatoio. Crisi dalla quale non sono usciti Hiljemark a Pisa, subentrato a Gilardino, o Sammarco (peraltro passato dall’essere ad interim a diretto allenatore della prima squadra, al posto di Zanetti) a Verona.
E quindi il tema si ripercorre? Conviene cambiare? Se si guardano solo i punti, no. Non sempre, almeno. E forse il discorso va esteso proprio alla qualità delle rose. Se si guarda l’atteggiamento, qualcosa può succedere, ma va capito fino a quanto. La dimostrazione è all’estero, e verso quella Premier League che progressivamente è diventata mangiallenatori. Lo sa bene il Nottingham Forest, con il terzo cambio in stagione; lo sa anche il Tottenham, che ha chiamato proprio Tudor. L’ex Juve ha perso alla prima contro l’Arsenal, la squadra è sembrata pochissimo solida e la squadra si avvicina sempre di più alla zona retrocessione sempre di più. Quella da cui è uscito il Manchester United, unico caso davvero virtuoso. Carrick, subentrato ad Amorim, è riuscito a trovare la chiave giusta: la squadra è al quarto posto e intravede il terzo. Un miracolo, per come si era messa la stagione (ed è così da qualche anno). Ma l’ex centrocampista conosce bene l’ambiente e forse ha saputo toccare le corde giuste. Quello che non tutti i subentrati sanno fare.