Le organizzazioni umanitarie fanno ricorso all’Alta corte israeliana contro la sospensione a Gaza e in Cisgiordania decisa dal governo
A meno di una settimana dal termine imposto da Tel Aviv per interrompere le attività nella Striscia di Gaza e nei Territori palestinesi, 17 organizzazioni umanitarie hanno deciso di rivolgersi all’Alta corte israeliana contro la sospensione ordinata dal governo. Si tratta di un ricorso congiunto che non ha precedenti. Arriva dopo diversi tentativi di mediazione andati a vuoto e decine di appelli da tutto il mondo per chiedere che venga garantito l’aiuto umanitario a una popolazione devastata da bombardamenti e fame.
Lo stop alle organizzazioni umanitarie risale al 31 dicembre 2025, quando il governo israeliano ha comunicato alle ong la scadenza delle loro registrazioni nel Paese. 37 le realtà messe al bando, tra cui anche molte consolidate a livello mondiale come Medici senza frontiere, Oxfam e Save the children. Due mesi il tempo concesso per cessare le attività in Palestina e lasciare non solo la Striscia, ma anche la Cisgiordania e Gerusalemme Est, interrompendo così progetti avviati da anni in realtà dove migliaia di famiglie sopravvivono proprio grazie al supporto e ai servizi delle realtà umanitarie. A Gaza i bisogni della popolazione sono ancora enormi. Più della metà della popolazione vive in campi senza acqua potabile e servizi di base. Il sistema sanitario è distrutto e mancano medicinali e attrezzature mediche. In questo contesto gli aiuti entrano con il contagocce e il lavoro degli operatori è essenziale per portare acqua e assistenza medica.
Alla base del provvedimento contro le ong c’è il cambio di requisiti deciso da Israele per la registrazione nel Paese. Il governo ha reso le regole estremamente stringenti e ha previsto, tra le altre cose, l’obbligo di consegnare l’elenco completo dello staff insieme ai dati personali. L’imposizione, denunciano le ong, “comporta gravi rischi per la sicurezza e legali”, dal momento che “espone il personale locale a potenziali ritorsioni e mina le garanzie consolidate in materia di protezione dei dati e riservatezza”. Inoltre, “per le organizzazioni europee, il rispetto di tali obblighi creerebbe gravi responsabilità legali e contrattuali. In generale, tali requisiti creano un precedente che potrebbe indebolire l’impegno umanitario basato sui principi in contesti altamente politicizzati”.
Prima di arrivare al ricorso, le ong hanno tentato altre strade e proposto ai rappresentanti del ministero israeliano soluzioni alternative per preservare la protezione del personale senza divulgare dati personali. Ad esempio sistemi indipendenti di screening e controlli verificati dei donatori. “A questo però – fanno sapere – non è stata fornita alcuna risposta sostanziale. Nel frattempo, l’applicazione delle nuove disposizioni da parte di Israele è iniziata nella pratica, con il blocco dell’ingresso degli aiuti e il rifiuto dei visti e dell’accesso al personale straniero”.
Insieme alle agenzie delle Nazioni Unite e ai partner palestinesi, “le organizzazioni internazionali sostengono o sono responsabili direttamente della fornitura di oltre la metà di tutti gli aiuti alimentari a Gaza, del 60% delle operazioni degli ospedali da campo, di quasi tre quarti delle attività relative agli alloggi e ai beni non alimentari, nonché di tutte le cure ospedaliere per i bambini affetti da malnutrizione acuta grave e del 30% dei servizi educativi di emergenza, oltre a finanziare più della metà delle operazioni di bonifica dagli ordigni esplosivi”.
La petizione alla Corte suprema chiede quindi “un provvedimento urgente per sospendere la scadenza delle registrazioni e impedire l’applicazione di ulteriori misure” in attesa della decisione del giudice, “prima che venga arrecato un danno irreparabile ai civili che dipendono dagli aiuti”. Insieme viene lanciato un appello ai governi, compreso quello italiano, perché faccia pressione e impedisca la sospensione delle ong. “La risposta umanitaria sarà ostacolata non perché le necessità siano diminuite, ma perché è stata resa facoltativa, condizionata o politicizzata. In un momento in cui i civili dipendono dagli aiuti per sopravvivere, tale scenario avrebbe conseguenze umanitarie terribili“. Nel frattempo alcune ong come Oxfam ed Action Aid continueranno a lavorare a Gaza e in Cisgiordania facendo valere la propria registrazione presso l’Autorità Palestinese.