Migrante morto nel Cpr di Bari, il compagno di stanza finisce in Albania. Il legale: “Allontanato il testimone chiave”
Il testimone chiave per le indagini sulla morte del 25enne di origine marocchina Simo Said, deceduto lo scorso 11 febbraio nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Bari, è finito in Albania. Nonostante la grave condizione psichica accertata e la richiesta di incidente probatorio avanzata dal legale della famiglia di Said, l’avvocato Arturo Covella. Che non usa mezzi termini: “Stupito? Per niente: bisognava allontanare i testimoni scomodi”.
Said è morto in una delle stanze del modulo 5 del Cpr barese, con una diagnosi iniziale di arresto cardiaco, anche se i sanitari della struttura non hanno poi escluso l’abuso di sostanze, dagli psicofarmaci al metadone. A sentirsi male il giorno prima era già stato un altro compagno di stanza, ricoverato in ospedale e infine riportato nel centro. A soccorrerlo sarebbe stato il terzo compagno, il 21 marocchino Khalid Semta, arrivato in Italia a 15 anni, da poco uscito dal carcere per precedenti di scippo in Campania e arrivato nel Cpr solo due giorni prima della tragedia, ha spiegato al Fatto il suo legale, Leonardo Lucente. La mattina dell’11 febbraio il giovane marocchino tenterà di soccorrere anche Said, ma stavolta non ci sarà nulla da fare. Anche Khalid finirà all’ospedale San Paolo, il 15 febbraio, per lo stato ansioso seguito alla morte del compagno di stanza. La visita psichiatrica prescrive un’ulteriore terapia a base di Rivotril, sedativo a base di benzodiazepine. Elementi che l’avvocato invia al giudice di pace che aveva convalidato il trattenimento nel Cpr, per chiedere la revoca, ma senza ricevere risposta.
Così Khalid viene mandato a Gjader, dove la valutazione sanitaria e il diario giornaliero del centro gestito dalla cooperativa Medihospes aggiornano il quadro: significativa disregolazione emotiva, personalità borderline, condotte autolesive ripetute. Viene citato il lutto non elaborato “con immagini intrusive”. Come ha riferito al suo legale in video collegamento ma anche alla deputata del Pd Rachele Scarpa, che il 23 febbraio lo ha incontrato a Gjader insieme a una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), “sente la voce del compagno morto che gli chiede aiuto”. “E’ estremamente agitato e pieno di tagli ovunque”, ha raccontato Scarpa al Fatto dopo il colloquio nel centro albanese. Dove hanno messo nero su bianco il precedente uso di droghe, il dichiarato vissuto traumatico in Marocco, e rilevato una dipendenza da psicofarmaci. A Gjader viene impostato un piano terapeutico che include anche antipsicotici e ansiolitici da somministrare al bisogno in caso di tentativi di suicidio e o autolesionistici. Nondimeno, viene ritenuto idoneo al trattenimento. Il suo avvocato spiega che Khalid intende ora formalizzare una richiesta di protezione internazionale, che comporterebbe la modifica del suo status in quello di richiedente asilo, già giudicata incompatibile con le norme europee riconoscono il diritto dei richiedenti ad attendere nel territorio dello Stato membro, dunque in Italia, l’esito della domanda.
Ma non è tutto, perché nel frattempo il legale della famiglia di Said ha chiesto l’incidente probatorio, per anticipare la raccolta di prove e testimonianze ed evitare che vadano perse. Se verrà disposto, Khalid sarà la prima persona da sentire perché è stato lui a trovare il compagno. L’avvocato Covella parla di una situazione “classica” nei Cpr, di abuso di psicofarmaci distribuiti “spesso senza controllo o senza visita specialistica”. Covella ha chiesto la documentazione al San Paolo di Bari per sapere se c’erano stati precedenti ricoveri, e di ottenere la chiamata al 118 perché “è giallo sull’orario preciso del decesso”. “Mi aspettavo il trasferimento del compagno di stanza”, rilancia il legale. In caso di incidente probatorio, spiega, “chiederemo il rientro immediato in Italia di Khalid Semta, teste fondamentale per capire come sono andate le cose”. Teste che prima di essere mandato in Albania senza apparente utilità, visto che l’eventuale espulsione può avvenire solo da territorio italiano, ha fatto in tempo a parlare con la parlamentare dem Rachele Scarpa, che il 13 febbraio insieme a una delegazione del TAI si era recata a Bari per un’ispezione del Cpr in seguito alla morte di Said.
Secondo la relazione di Scarpa sull’ispezione a Bari, Khalid ha raccontato di aver ritrovato Said con liquido giallastro e schiumoso che fuoriusciva dalla bocca e dalle orecchie. Di aver tentato disperatamente di rianimarlo, per poi dare l’allarme urlando e colpendo la porta della cella. Secondo il racconto, i soccorsi sarebbero arrivati dopo mezz’ora. Nella relazione, Scarpa parla di un ragazzo “visibilmente sconvolto”, che già denunciava allucinazioni e incubi in cui “rivede Simo”. “Presenta moltissimi tagli profondi su braccia, petto e pancia, che dichiara di auto-procurarsi con pezzi di ferro e vetro che trova in cella”, si legge nella relazione. Dalla quale emerge anche il sistema diffuso di abuso e traffico di metadone all’interno della struttura. E’ il primo ragazzo soccorso da Khalid, pare sopravvissuto a un’orverdose, a raccontare a Scarpa che sia lui che Simo Said avevano acquistato il metadone da un detenuto che lo rubava minacciando chi lo riceve come terapia. Una testimonianza che confermerebbe i sospetti dell’avvocato Covella. “Un infermiere presente segnala che i pazienti sarebbero in grado di occultare i medicinali nel cavo orale e che non vi sarebbe modo di verificarne l’effettiva ingestione”, è scritto ancora nella relazione. Il ragazzo sopravvissuto all’overdose racconta invece che “prima del decesso del sig. Simo Said non vi sarebbero stati controlli sull’effettiva assunzione del farmaco, mentre successivamente all’evento sarebbero stati intensificati”.