“Jeffrey Epstein ha nascosto in diversi magazzini foto, pc e attrezzature per sottrarli alle indagini”
Una rete di depositi per nascondere computer, fotografie e altre attrezzature, spostati dalla sua casa mentre le indagini si avvicinavano a lui. Jeffrey Epstein, ha rivelato il Telegraph che ha esaminato alcune mail, aveva affittato almeno sei magazzini in tutti gli Stati Uniti – a partire dal 2003, pagandoli fino al 2019, anno in cui si è suicidato in carcere – e pagato investigatori privati per trasferire il materiale dalle sue case ai magazzini prima che le autorità potessero eseguire i mandati di perquisizione nelle sue residenze. I siti sono stati utilizzati per conservare oggetti provenienti dalle case di Epstein, tra cui computer e cd dalla sua isola privata nei Caraibi, Little Saint James. I mandati di perquisizione, che facevano parte della tranche di tre milioni di documenti relativi a Epstein rilasciati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, hanno anche rivelato che le autorità statunitensi potrebbero non aver mai perquisito i magazzini, i quali potrebbero contenere prove inedite legate ai suoi reati.
I messaggi esaminati dal tabloid sono l’ennesima prova che l’imbarazzo creato post mortem alla Casa Bianca dal finanziere pedofilo è ben lungi dallo scomparire. La frustrazione dell’entourage presidenziale è mersa il 23 febbraio in prima pagina sul Wall Street Journal: il quotidiano del gruppo Murdoch ricostruisce le ultime fasi dello scandalo dopo che la pubblicazione di milioni di documenti ha riportato Donald Trump in una situazione che il presidente aveva cercato di evitare per un anno: dover affrontare, ancora una volta, le conseguenze politiche del caso. Dopo essersi opposta alla pubblicazione dei documenti, la Casa Bianca ha gestito in modo incerto la propria risposta e ha dovuto affrontare tensioni interne legate all’ampio lavoro di revisione e agli errori nella censura dei file, scrive il giornale finanziario. La rivelazione che il segretario al Commercio Howard Lutnick aveva visitato Epstein in date in cui aveva dichiarato di aver interrotto i rapporti con lui aveva portato a uno scontro diretto tra ministro e presidente.
L’amministrazione – scrive il Wall Street Journal – non aveva in realtà pianificato di rendere pubblici i dossier temendo che il caso tornasse a dominare il dibattito mediatico. Incontrando parlamentari repubblicani in aprile, l’Attorney General Pam Bondi aveva replicato, alla richiesta di ulteriori pubblicazioni, che gran parte del materiale consisteva in pornografia minorile e che “nessuno vuole vedere” quei contenuti. Le ultime rivelazioni, imposte dal Congresso, hanno avuto conseguenze concrete tra dimissioni di vip, nuove indagini penali e la convocazione di Bill e Hillary Clinton davanti al Congresso. L’episodio più recente è iniziato poco prima di Natale, quando il vice della Bondi, Todd Blanche, venne informato che un milione di documenti ritenuti duplicati in realtà non lo erano: una notizia che ha generato non poca frustrazione ai vertici, ma le difficoltà sarebbero iniziate mesi prima, quando la stessa Bondi incontrò influencer conservatori promettendo nuove rivelazioni e distribuendo dossier non ancora esaminati dalla Casa Bianca, episodio che alcuni collaboratori definiscono oggi il “peccato originale”.