Non un’analisi contingente, né un esercizio di cronaca geopolitica, ma un invito a disinnescare categorie mentali che da decenni deformano lo sguardo occidentale sul Medio Oriente. Nella cornice della Fondazione Mirafiore, Lorenzo Kamel, professore ordinario di Storia internazionale all’Università di Torino e tra i più autorevoli studiosi italiani del Medio Oriente, ha articolato una lectio in dieci passaggi, serrata e documentata, invitando a superare pregiudizi e lenti eurocentriche per cogliere la profondità storica di una regione troppo spesso ridotta a numeri, emergenze e tragedie.
L’intervento dello storico ha smontato uno per uno concetti apparentemente naturali come capitale, minoranza o confine, mostrandone le radici coloniali o le imposizioni esterne più recenti. Grande attenzione è stata dedicata alla Striscia di Gaza che, ha spiegato, non è mai stata storicamente un muro o un’enclave chiusa, ma un corridoio di passaggio, la “Way of the Philistines”, tra l’Egitto e la terra di Canaan. La sua trasformazione in una “striscia” isolata è un prodotto novecentesco, legato a operazioni militari e a mutamenti demografici successivi alla Nakba del 1948.
Mostrando tre fotografie che immortalano alcune donne nel 1940, Kamel ha ricordato che “pochi sanno che Nakba non è un termine utilizzato inizialmente dai palestinesi. Compare per la prima volta in volantini lanciati dall’esercito israeliano durante un’operazione nel villaggio palestinese di al-Tira, vicino ad Haifa, con l’avvertimento: ‘Lasciate le vostre case o sarà la vostra Nakba, la vostra catastrofe’”. Solo in seguito, ha aggiunto, l’intellettuale siriano Constantin Zureyq e i palestinesi avrebbero fatto proprio quel lemma per nominare la propria tragedia storica.
Nel ricostruire la frattura demografica del 1948, lo storico ha evocato la figura di Michael Gallant: immigrato ebreo polacco, partigiano nella Seconda guerra mondiale contro i nazisti tra Ucraina e Bielorussia, poi cecchino dell’IDF durante la guerra arabo-israeliana. “Nell’ottobre del 1948 Michael Gallant, padre dell’attuale ministro della Difesa Yoav Gallant, partecipò all’operazione Yoav, quella che più di ogni altra ha modificato l’equilibrio demografico di Gaza. I rifugiati passarono da circa 100mila a 230mila, più che raddoppiando. Gallant decise di chiamare suo figlio Yoav proprio per celebrare quell’operazione”.
E ha sottolineato: “È in quel momento che prende forma quella che oggi chiamiamo ‘Striscia di Gaza’, una realtà generata da operazioni militari e da scelte politiche precise. Oggi circa il 70% della popolazione di Gaza discende da famiglie di profughi espulsi nel 1948 da città che si trovano nell’attuale territorio israeliano, come Sderot”.
Il docente ha poi puntualizzato: “Sembra che esistano popoli con diritto alla storia e altri ridotti a numeri. Eppure quella storia, spesso segnata dalla sofferenza, va riconosciuta e valorizzata. Quello che avviene a Gaza è uno dei più gravi crimini della storia contemporanea. Gli irlandesi hanno impiegato quattro secoli per raggiungere la loro libertà. Gli ebrei stessi hanno una tradizione millenaria di lotta contro la violenza e l’oppressione strutturale. Chiunque pensi che qualcosa di diverso valga per i palestinesi è un antipalestinianista”.
E ha aggiunto: “L’antipalestinianismo e l’antisemitismo sono due facce della stessa medaglia. Entrambi sono radicati in una viscerale ignoranza e in un odio verso l’altro. Tuttavia, mentre l’antisemitismo viene giustamente combattuto in maniera strutturale, l’antipalestinianismo è spesso trattato come una semplice opinione. Puoi negare la loro storia, puoi negare le loro cicatrici, puoi dire che meritano la morte e tutto questo viene visto come un’opinione. Non è un’opinione, è un crimine”.
Sull’identificazione automatica tra popolazione palestinese e Hamas, Kamel ha invitato a considerare la dimensione generazionale: “Nel 2006 più della metà degli abitanti di Gaza oggi in vita non era nemmeno nata. Non ha votato, non ha scelto”. Applicare una logica di responsabilità collettiva significherebbe ignorare sia la composizione demografica sia “decenni di violenze e sopraffazioni” precedenti al 7 ottobre 2023. “Non si giustifica alcuna violenza, ma non si può cancellare la storia che l’ha preceduta”.
Particolarmente severo il giudizio sui doppi standard internazionali: “Oggi il Board of peace di Trump e altri sostengono che i palestinesi debbano disarmarsi, ma non lo si è mai chiesto alla potenza occupante. Si pretende il disarmo del popolo occupato, non di chi occupa”.
Ha ricordato che la Russia è tra i Paesi più sanzionati al mondo, l’Iran subito dopo, mentre “l’Unione Europea è il primo partner commerciale dello Stato di Israele”. L’Italia, in particolare, si posiziona come il terzo fornitore mondiale di armi allo Stato di Israele, contribuendo strutturalmente alla situazione sul campo, nonostante le proteste diplomatiche di facciata. Una asimmetria che, secondo lo storico, smentisce ogni pretesa neutralità.
In questo contesto, operazioni comeil “Board of Peace” di Trump, definita dallo storico “una sorta di Onu privata ove devi chinare il capo solo per il tuo tornaconto personale”, vengono lette come speculazioni edilizie sulle “ossa di un popolo”, ignorando sistematicamente le risoluzioni Onu precedenti, come la 476 del 1980 che chiedeva il ritiro di Israele dai territori occupati, o gli stessi accordi di Oslo che definivano Gaza e la Cisgiordania come un’unica unità territoriale.
Lo storico ha poi stigmatizzato la narrazione dominante che tende a usare Netanyahu come una “comoda scorciatoia” per personificare il male assoluto, ignorando che i primi insediamenti in Cisgiordania non furono creati dalla destra, ma dal partito laburista, nel solco del piano Allon del 1967: “Il partito laburista, cioè la sinistra israeliana, è stato la colonna di quell’approccio. La destra è arrivata dopo”.
Il rischio, in assenza di una presa di posizione incisiva della comunità internazionale, è la frammentazione irreversibile del territorio palestinese: “Rimarranno piccolissimi pezzettini che ricordano le riserve degli indiani d’America”. Non uno o due Stati, ma una costellazione di enclave prive di reale sovranità.
Kamel ha inoltre criticato la reiterazione della formula ipocrita “due popoli e due Stati”, definendola spesso un espediente retorico utile a guadagnare tempo: “Abbiamo normalizzato che una potenza occupante possa imporre ai palestinesi di disarmarsi senza mai chiedere lo stesso a chi occupa. Se non c’è una vera presa di posizione nel sanzionare e nel non finanziare chi viola il consenso internazionale, allora la questione non è uno o due Stati. Israele si annetterà ciò che riterrà strategico: le aree con risorse idriche, le cave, le zone dove vengono smaltite le scorie, proprio come nella Terra dei fuochi”. E ha ricordato come parte dei rifiuti israeliani venga interrata in Cisgiordania.
Amara la conclusione: “La comunità internazionale ha avuto un ruolo enorme in questo conflitto sotto tutti i punti di vista: manca la forza, il coraggio e spesso la conoscenza per opporsi strutturalmente. La Ue non fa niente? No, la Ue fa moltissimo. L’Europa è parte in causa, contribuisce a creare le condizioni affinché la situazione sia quella che è”.
E infine: “Se non c’è la volontà di opporsi in modo strutturale, allora l’unica cosa che i palestinesi possono dire è: non fateci la morale. Ci avete traditi, avete creato le condizioni perché tutto questo accadesse. A questo punto, quantomeno non venite a dirci cosa dobbiamo fare. Fateci vivere la nostra tragedia”.
(Video integrale della lectio – Grazie alla Fondazione Mirafiore)