Francesca Albanese delegittimata: si usa la forza quando non si può contestare nel merito
di Serena Poli
C’è un momento preciso in cui una denuncia non è più tollerabile: non quando è dura, non quando usa parole forti o scomode, ma quando comincia a fare nomi. La vicenda di Francesca Albanese mostra questo aspetto in maniera chiara.
Lo scontro comincia sul linguaggio: quando nei suoi rapporti compare il termine “genocidio”, la reazione è soprattutto politica. Ci sono critiche sul metodo e richieste di non usare quella parola, quasi come se fosse un marchio registrato, inutilizzabile in riferimento ad altre popolazioni. Infine, arrivano le accuse di parzialità, che appaiono oltremodo ridicole: il suo mandato ufficiale presso l’Onu è di “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati”. Monitorare, denunciare le violazioni e attribuire responsabilità a Stati terzi rientra pienamente nei suoi compiti.
È un conflitto duro, molto spesso a suon di colpi bassi, ma si resta quasi sempre sul piano delle definizioni giuridiche, a parte qualche sguaiato e non degno di nota pseudo giornalista o politico nostrano.
Poi qualcosa cambia, e accade nel momento in cui esce il rapporto Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio: qui Albanese entra nel merito dei meccanismi economici che sostengono il genocidio, chiamando in causa multinazionali, banche, fondi di investimento, tecnologia. Sotto la lente non ci sono più solo responsabilità politiche, ma interessi concreti. Ed è lì che la pressione si fa assedio. Le critiche si sganciano dai contenuti per andare a colpire la persona. Arrivano le richieste di rimozione, le pesantissime sanzioni, le minacce e le campagne di discredito.
Questa coincidenza temporale è palese e non è un salto irrilevante. Toccare quegli interessi economici significa entrare in un terreno pericolosissimo.
A questo si aggiunge un elemento più recente: mentre si desecretano documenti che mostrano reti di influenza tra finanza, politica internazionale, con interessi legati allo Stato di Israele, parte una nuova campagna contro la relatrice basata su un video manipolato. A pubblicare e rilanciare il video è stata Un Watch, Ong con status consultivo Onu che si definisce controllore di presunti bias anti-israeliani nelle Nazioni Unite. Nella pratica però agisce come lobby pro-Israele e negli ultimi anni ha trasformato la critica ai rapporti di Albanese in una campagna sistematica di delegittimazione, accusandola di antisemitismo e di legami con gruppi estremisti.
Anche qui il dato interessante non è il tentativo, ma la tempistica: ogni nuova campagna diffamatoria sembra coincidere con la pubblicazione di rapporti o rivelazioni che mettono sotto accusa interessi e i poteri economici… sempre gli stessi.
Da troppo tempo non si percorre il terreno dei fatti e ogni attacco è un’ammissione: non ci sono argomenti per contestare nel merito e si ricorre all’uso di una forza schiacciante.
Una singola persona di fronte a governi, apparati, multinazionali e poteri enormi. Una disparità di forze che grida colpevolezza più di una confessione scritta.