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Hoepli, conti in ordine ma soci in guerra: e tra librai e dipendenti cresce la paura

Nel 2025 il bilancio della casa editrice milanese non era tale da motivare una possibile liquidazione. Errori nell'e-commerce e il dramma dei clienti-creditori
Hoepli, conti in ordine ma soci in guerra: e tra librai e dipendenti cresce la paura
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Perché mandare in liquidazione volontaria una società che perde sì, ma marginalmente, meno di alcuni competitor e comunque in linea con l’andamento negativo del mercato, tuttavia ha ancora un patrimonio netto sufficiente a coprire pressoché tutto l’indebitamento? Perché chiedere la cassa integrazione per la novantina di dipendenti dopo che si è già ottenuto nell’ultimo esercizio il risparmio di un sesto del costo del lavoro? E perché rischiare di disperdere un patrimonio culturale storico per l’Italia? Se lo domandano stupiti e attoniti una novantina di lavoratori della Hoepli e i molti creditori, specie sul fronte dei fornitori e dei piccoli librai indipendenti, che da ieri hanno appreso attraverso il Fatto la notizia della possibile convocazione a breve di una assemblea straordinaria dei soci della casa editrice milanese con all’ordine del giorno forse la proposta di liquidazione volontaria di Hoepli Spa.

Niente lasciava presagire una simile svolta almeno sino al 28 novembre scorso, data dell’approvazione dell’ultimo rendiconto annuale al 30 giugno 2025. A quelle assise societarie hanno partecipato, in proprio o attraverso i loro delegati, tutti i soci: la società maggioritaria e capogruppo Sef (49,2%), espressione del ramo della famiglia del fondatore che fa capo a Ulrico Carlo Hoepli e suddiviso tra i tre figli Giovanni, Matteo e Barbara che con le loro azioni proprie controllano direttamente e indirettamente i due terzi del capitale della casa editrice, e poi Giovanni Nava, uno dei due figli di Bianca Hoepli, che detiene il restante terzo del capitale. Che tra i due blocchi non corra buon sangue e lo scontro ormai sia al calor bianco, senza esclusione di colpi e con varie cause civili e penali ancora in corso, lo testimonia il verbale di quell’assemblea nel quale il delegato della società maggioritaria si rivolge a Giovanni Nava, presente come uditore, affermando che “sia stato proprio a causa dell’escalation di insubordinazione sua e dei suoi delegati che si è deciso di ammettere in assemblea un solo delegato” per socio “come prevede la legge, decisione supportata da pareri legali di autorevoli accademici”.

In quella assemblea è stato varato il bilancio che si chiude con ricavi su base annua in calo dell’8,5% a 29,56 milioni, sul quale hanno pesato il calo del mercato editoriale e l’inverno demografico che comincia a colpire l’editoria scolastica, ma con un taglio netto del 10,9% dei costi di produzione a 30,74 milioni, ottenuto soprattutto riducendo del 14,6% il costo del lavoro a 4 milioni. La perdita ha sfiorato il milione, in aumento di un terzo rispetto all’anno prima, ma il patrimonio netto resta positivo per 11,38 milioni. L’azienda è stata sottoposta a una cura draconiana: i debiti sono stati ridotti di 4,55 milioni da 12,12 a 7,57 circa, 5,4 verso fornitori ma in forte riduzione con un calo di due milioni e mezzo, mentre i crediti sono cresciuti a 9,36 milioni. In frenata i flussi finanziari dell’attività operativa passati in negativo per 4,05 milioni, dei quali 446mila euro negativi prima delle variazioni del capitale circolante (l’anno prima il cash flow operativo era positivo per meno di 17mila euro). Nei 12 mesi al 30 giugno 2025 però l’attività editoriale era frenata: 133 novità pubblicate contro le 138 dell’esercizio precedente (-3,6%), 30 nuove edizioni contro 47 (-36,2%), 617 ristampe contro 859 (-28,2%), copie prodotte calate del 21% da 1,38 a 1,09 milioni. A pesare lamentava il presidente Matteo Hoepli era stato soprattutto il mancato aggiornamento dei tetti di spesa per l’editoria scolastica e il crollo del 20-25% degli incassi mensili della libreria internazionale Hoepli nel primo semestre dall’anno scorso. Il bilancio veniva approvato con i due terzi dei voti del ramo della famiglia Hoepli e il voto contrario di Nava, con l’aggiunta che si stava “valutando la possibilità di convocare un’assemblea degli azionisti allo scopo di illustrare le possibili strategie future e di valutare l’assunzione di importanti decisioni al riguardo, in particolare ma non solo, alle business unit non particolarmente performanti o addirittura in perdita“.

Insomma, una società in discreta salute nonostante il momento difficile. Allora perché liquidare Hoepli? La motivazione vera sta probabilmente nella differente visione tra i due rami della famiglia sulla strategia da intraprendere: vendere alcuni rami d’azienda a Mondadori, o in subordine a Feltrinelli? E come? L’assenza di unanimità ha bloccato le trattative: i Nava mesi fa si sono opposti a vendere a Mondadori la loro partecipazione di Hoepli, impedendo così la realizzazione della cessione in quanto la casa editrice di Segrate voleva acquistare il 100% delle azioni per non doversi misurare con eventuali soci di minoranza, data anche la fama di litigiosità che nel mondo editoriale questa vicenda ha sollevato da tempo.

Ma il problema ora si estende ai librai indipendenti, molti dei quali milanesi, tra i quali l’articolo di ieri del Fatto ha sparso grande preoccupazione perché il segnale del rischio di liquidazione è stato interpretato come pessimo. Innanzitutto perché Hoepli è uno dei pochi editori indipendenti rimasti in Italia, e poi perché una eventuale chiusura anche del loro punto vendita, la Libreria internazionale nel centro di Milano, significa secondo un libraio interpellato che “molti dei clienti in uscita da Hoepli ingrosseranno l’esercito che ormai compra su Amazon“. La verità, secondo alcuni di questi operatori, è che la libreria internazionale Hoepli è stata in parte cannibalizzata ma comunque molto danneggiata dal sito interno di e-commerce della casa editrice, riducendosi alla fine a funzionare quasi come mero magazzino logistico. Addirittura alcuni anni fa in libreria Hoepli era possibile acquistare i Kindle, lettori online per le edizioni digitali, il che significava che “se un cliente Hoepli non aveva ancora attivato un account Amazon lo si spingeva di fatto a farlo“, sottolinea un libraio indipendente. Scelte giudicate, dall’esterno, come controproducenti e mirate a una pura ottica di realizzazione di fatturato, con la concorrenza portata “in casa”, magari pure in perdita.

A preoccupare poi i piccoli librai è il meccanismo degli anticipi attraverso i quali le attività commerciali di fatto finanziano il circolante di tutta la filiera editoriale, dall’editore al distributore sino al grossista e al promotore. Il problema per i piccoli librai indipendenti, ma per tutta la filiera, è l’equilibrio del capitale circolante: il libraio è preoccupato perché ha magari in casa 20mila euro di libri e se ne vende solo 2mila vanta una resa per 18mila, da scontare sulle fatture successive ai distributori ed editori. Ma se una casa editrice salta, il distributore non accetta la resa e i libraio si trova 18mila euro non recuperabili se non mettendo in vendita i libri già pagati e in suo possesso ma a forte sconto.

Da qui a pochi giorni comunque si chiariranno i destini della casa editrice Hoepli. Al momento, dalla società, nessun commento è arrivato agli articoli del Fatto.

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