È solo un fiore? Questa domanda è il filo che scorre sottotraccia e lega i nostri pensieri quando osserviamo le immagini di “Deep Blossom”, la mostra di Ingar Krauss al Gaggenau DesignElementi di Roma (fino al 24 luglio). È la prima personale dedicata al maestro della fotografia tedesco nella capitale, a dieci anni dalla sua partecipazione alla grande collettiva del XIII Festival internazionale della fotografia al Museo Macro.

Curata da Sabino Maria Frassà, promossa da Gaggenau e Cramun, espone una selezione di opere fotografiche realizzate con la tecnica della velatura a olio. Una caratteristica che dona all’immagine fotografica movimento e profondità proiettandola in una dimensione pittorica. I protagonisti del sogno catturato da Krauss in questo caso sono semplici fiori provenienti dal giardino della sua casa in campagna al confine con la Polonia, diventata il rifugio dell’artista dopo il clamore del successo del Leica Prix vinto nel 2004.

A dominare sono la verticalità e il bianco dei petali, non naturale ma voluto, sullo sfondo scuro e profondo come in un angolo di palcoscenico dove la luce arriva incidentalmente. E coglie quell’unico momento autentico. Non degli attori che si preparano alla scena ma dei tulipani, dei crisantemi, delle margherite e dei fiori di campo selvatici.

Alcuni hanno i gambi piegati, altri sono protesi in gruppo verso un cielo che non si vede, altri ancora hanno la testa in giù, uniti in una danza che sembra solitaria ma non lo è. La tensione e il desiderio, la solitudine e la vicinanza, la meraviglia e l’abbraccio dei fiori.

L’autore tedesco, fotografo autodidatta nato nella Berlino Est, lavorò come assistente di scena nel teatro berlinese Volksbühne negli anni ’80 prima della caduta del Muro. L’affinità con il teatro, oltre che con la pittura, permea questo corpo di opere concepite come composizioni sceniche, dove i fiori si muovono come attori su un palco.

Con “Deep Blossom” il visitatore si immerge nelle nature morte che hanno reso celebre Krauss a livello internazionale. Le opere esposte, scatti analogici stampati in bianco e nero, sono trattate con l’antica tecnica fiamminga della velatura a olio, anche a più strati, e custodite in teche lignee create dallo stesso artista. Il risultato è un’immagine a colori tridimensionale, quasi scultorea ma al contempo eterea, che perde la propria rigidità fotografica e si incurva.

Protagonista è sempre la luce, quasi un’ossessione per il fotografo tedesco: i soggetti, in questo caso i fiori, fungono da pretesto per esplorare la complessità della realtà circostante che emerge grazie alla luce sempre radente. Nelle diverse serie di opere di Krauss, dai celebri ritratti di adolescenti dei Paesi dell’ex blocco sovietico fino alle nature morte emerge l’indipendenza della sua ricerca. “È il suo modo di guardare e condividere una visione alternativa del mondo: siamo sicuri di star guardando un semplice fiore? Le nature morte di Krauss sono un richiamo a riconoscere la profondità, la magia e la ‘sacralità’ delle piccole cose”, spiega il curatore Sabino Maria
Frassà.

Krauss racconta così la genesi del suo lavoro: “A volte ho già un’immagine molto nitida in testa prima di trovare il fiore o la fioritura giusta, altre volte l’immagine segue la particolare forma del fiore in modo immediato, ma può anche capitare che debba fare diversi tentativi in studio prima di trovare la giusta posizione per ogni elemento”.

A volte nelle sue opere i soggetti sono pesci, uccelli, ortaggi. Colpisce in uno dei suoi lavori (non in esposizione) l’immagine di una colomba bianca ritratta in verticale ma con il capo rivolto in giù, verso terra. Sembra un angelo caduto, precipitato. Come quel fiore piegato fin quasi a spezzarsi che sfiora con i suoi petali bianchi il suo stesso gambo in un abbraccio.

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