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Referendum, Nordio in tv: “Se dovesse vincere il No sarebbe una vittoria delle procure non di Schlein”

Il nuovo quesito? "Sarà anche giusto, ma non credo che l’elettore ci capisca qualcosa o di meno, anche prima il quesito era facile", dice il ministro della Giustizia
Referendum, Nordio in tv: “Se dovesse vincere il No sarebbe una vittoria delle procure non di Schlein”
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“Sono contento ma a tempo limitato”. Carlo Nordio risponde a così, ospite a Tagadà su La7, alla domanda se sia contento di essere ministro della Giustizia. “Posso coronare, dopo 40 anni che predico la separazione delle carriere, questo sogno. Io penso che andrà bene”. Il guardasigilli è fiducioso ma fa confusione con le date. Di certo non “predica” da 40 anni sull’argomento, forse da 30: il 3 maggio del 1994, infatti, da pm di Venezia firmava insieme ad altri colleghi, un appello contro la separazione. Nordio ha dichiarato di avere cambiato idea dopo quella data e per spiegare il motivo di questa decisione ha “resuscitato” la storia dell’indagato suicida.

Oggi si batte per confermare al Referendum la riforma delle giustizia da lui voluta. E si rivolge anche ai partiti di opposizione: “Devono rendersi conto che se dovesse vincere il no, non sarebbe una vittoria della Schlein ma sarebbe una vittoria delle procure e si troverebbero ancora con questa sovranità limitata dall’interferenza e dalle pressioni della magistratura che era stata denunciata da Giuliano Vassalli e da Luciano Violante“, aggiunge Nordio. Quanto alla polemica politica “mi è stato detto in parlamento – aggiunge – che sono piduista, fascista; un alto magistrato si è permesso di dire al ministro che stava eseguendo il programma di Gelli: lo trovo ignobile, non lo posso accettare, se lo dice la politica ci può stare, se lo dice un magistrato la cosa è disgustosa”, insiste.

Parla della fiducia nei magistrati: “Quando sono entrato in magistratura era oltre l’80%, pari a quella della Chiesa cattolica e dei carabinieri. Ora – aggiunge il ministro – pare che oscilli tra il 30 e il 40%. Non credo sia colpa delle persuasioni occulte delle tv, della destra o sinistra: credo che abbiano fatto tutto da soli e abbiano perso molta credibilità perché sono gli stessi magistrati che lo dicono”. “La politica c’entra nel senso che la magistratura, in certo momento della storia, ha occupato uno spazio politico perché la politica, dopo Tangentopoli, ha fatto un passo indietro e i vuoti di poteri si colmano”, ha ribadito. Infine, sulla modifica del quisito referendario dopo l’ordinanza della Cassazione dichiara: “Sarà anche giusto, ma non credo che l’elettore, perché trova scritti gli articoli ci capisca qualcosa o di meno, anche prima il quesito era facile“.

Intanto i 15 giuristi promotori della raccolta di 500mila firme per l’indizione del referendum sulla Giustizia annunciano che non presenteranno ricorso contro la decisione del Consiglio dei ministri di mantenere ferma la data della Consultazione. La scelta del governo Meloni viene ritenuta “una forzatura” e “un’interpretazione non corretta” delle norme che “sarebbe possibile, e anche giusto, contestarla in un nuovo giudizio”. “Ma a questo punto – spiegano – abbiamo deciso di contrastarla fuori dalle aule giudiziarie dedicando tutte le nostre rimanenti energie alla campagna referendaria“.

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