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Pini di Roma da abbattere, l’accusa dell’associazione ambientalista: “È il business delle motoseghe. Non sei stato capace di curare? Dimettiti”

La presidente di Curaa, Jacopa Stinchelli: "Il tema del cosiddetto 'fine ciclo' è stato confutato da tutti gli esperti, non ha alcun fondamento scientifico. Chiediamo prove strumentali verificabili"
Pini di Roma da abbattere, l’accusa dell’associazione ambientalista: “È il business delle motoseghe. Non sei stato capace di curare? Dimettiti”
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“Quello che sta portando avanti il Comune di Roma è una forma di ‘dendrostragismo’. Una ‘soluzione finale’ nei confronti dei 51.000 pini di Roma, e in particolare dei cinquanta esemplari presenti ai Fori imperiali. Ma è uno sterminio programmato e preparato nel tempo, vista l’incapacità della giunta Gualtieri di conservare e curare il patrimonio arboreo di Roma e quindi il paesaggio e la salute dei cittadini”. È un j’accuse forte quello contenuto nell’appello che l’associazione CURAA (Cittadini Uniti per Roma Alberi e Abitanti) sta facendo circolare in questi giorni, subito dopo che il CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) aveva fatto trapelare, successivamente al tavolo straordinario del Comune di Roma, al quale le associazioni non sono state invitate, l’intenzione della giunta di sostituire tutti gli alberi. A darne voce è la presidente Jacopa Stinchelli (che cura anche il programma “La voce degli alberi” su TalkCity). “Se il disegno di abbattere tutti i pini di Via dei Fori Imperiali va in porto, i responsabili avranno eluso la ‘accountability’ civile e penale di questi crolli e insieme la legge italiana, il codice dei beni culturali, la scienza botanica e agronomica della gestione del verde comunale. Servirebbe quanto meno una sorta di ‘autopsia’ dell’albero abbattuto, per individuare i responsabili”, afferma Stinchelli.

Partiamo dalla definizione di “dendro-stragismo”: non è un po’ forte?

La usiamo per dare il senso di una ‘soluzione finale’, un punto di non ritorno rispetto alla deforestazione, all’inquinamento, allo stesso cambiamento climatico che si dice di voler combattere. Guardi, noi in questi anni abbiamo avuto contatti con tutte le istituzioni, dal dipartimento Ambiente, al Servizio Giardini, ai responsabili politici e di varia natura e abbiamo sempre constatato, purtroppo, una vera e propria avversione verso i pini, una pinofobia letterale. Eppure stiamo parlando del paesaggio iconico per il quale tutti i turisti del mondo vengono a Roma.

Secondo lei da cosa nasce questa pinofobia? Sicuramente svolge un ruolo la paura dei procedimenti penali o no?

Onestamente io non credo che sia tanto la paura dei procedimenti quanto la questione del business incredibile legato agli abbattimenti, non solo a Roma ma in tutta Italia. Tra motoseghe, mezzi pesanti, bracci meccanici c’è un fiorire di una tecnologia quasi bellica nei confronti degli alberi, esseri viventi che danno benefici incredibili. Non si può affermare di curare il verde con le motoseghe, sembra uno scenario da Orwell. Non sei stato capace di curare? Allora puoi dimetterti.

Il Comune porta argomentazioni poco chiare e contrastanti, dal “fine vita degli alberi” al clima.

Esatto. Dicono veramente tutto e il contrario di tutto. Ad esempio, il tema del cosiddetto “fine ciclo” è stato confutato da tutti gli esperti, non ha alcun fondamento scientifico, gli alberi non muoiono all’improvviso. Anche la tesi secondo cui i pini non resisterebbero al cambiamento climatico è falsa, sono alberi resistenti anche alla siccità. Anzi, in questo caso ciò che sta avvenendo è un micro-cambiamento climatico causato dall’uomo, ovvero dalla scelta di abbattere oltre 50.00 piante. Il cambiamento fondamentale, come ha detto lo storico dei giardini Bencivenni, non è quello climatico, ma quello culturale.

Veniamo allora alle reali cause dei crolli. Quali sono state, a vostro avviso? Nei giornali si è parlato anche dei lavori della metro C.

Per quanto riguarda i Fori, ebbene, quell’area da venticinque anni è interessata da scavi della Sovrintendenza capitolina, per la quale purtroppo – mi spiace dirlo ma è realtà – gli alberi sono un impedimento, basti pensare alla tragica vicenda dei cipressi del Mausoleo di Augusto. Ma quando si fanno degli scavi c’è un regolamento ben preciso che prevede che se c’è un’alberatura preesistente gli scavi vanno fatti adottando tutte le tecniche possibili per non recare danno all’albero, che va difeso per il suo valore ecosistemico e patrimoniale, e per tutelare la salute di tutti. Non si possono recidere le radici e poi magari ricoprirle di terra senza dire nulla. Per questo deve esserci un agronomo presente nei cantieri. Oggi poi, aggiungo, ci sono delle tecnologie geo radar che riescono a valutare l’estensione dell’apparato radicale, per orientare gli scavi e non fare danni. Invece da noi cosa si fa? A volte si abbattono gli alberi preventivamente per far posto agli scavi, come avvenuto in Largo Corrado Ricci sotto la Torre dei Conti Aberrante.

Non solo scavi archeologici. Anche i cosiddetti “sottoservizi” distruggono le radici.

È possibile che abbiano inciso gli scavi della metro, già quelli del 2000. Oppure la messa della fibra, una devastazione in tutta Roma perché le ditte non rispettano il regolamento scavi. Torno a chiedere una sorta di “autopsia”.

Quali sarebbero le prove da fare per valutare la salute di un albero?

Da anni noi ci battiamo contro le perizie visive o soggettive. Chiediamo prove strumentali verificabili. Anche le prove di trazione, che il Comune dice di aver fatto su questi pini – forse senza verificare lo stato delle radici – non sono le uniche prove strumentali. Numerose sono le possibili perizie per non condannare gli alberi a morte senza processo.

Ma la Soprintendenza statale non dovrebbe tutelare il paesaggio e con esso gli alberi intesi come beni culturali?

Sì, gli alberi dei parchi o nelle vie che hanno più di settant’anni sono considerati parte del paesaggio e sono sotto tutela del codice dei Beni Culturali, quindi della Soprintendenza. Sappiamo che nel famoso tavolo tecnico, da cui siamo stati esclusi, avrebbe chiesto di piantare pini di almeno 25 anni: vuole cioè che ci siano alberi già grandi. Ma non ci esprimiamo, secondo noi se quei pini sono in salute vanno protetti.

Cosa fare allora nelle prossime settimane?

Abbiamo lanciato un appello al ministero della Cultura e a quello dell’Ambiente: chiediamo anzitutto trasparenza rispetto alle presunte prove strumentali e poi altre prove, con tutti gli strumenti a disposizione e coinvolgendo tutti gli attori coinvolti.

Crede che per Gualtieri questa strategia del verde porti consenso? Sui social media non c’è un solo commento positivo agli abbattimenti.

Speriamo che tutti si sveglino, perché noi vogliamo agire per prevenire. Abbattere un paesaggio del cuore, ripeto, significa abbattere la psiche delle persone, la loro energia vitale, il loro ossigeno. Questo non può essere fatto in nome di una non ben chiarita emergenza. Non può.

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